Una dolce energia

Una dolce energia

28 Febbraio 2026 0 di Makovec

Gen 12,1-4a; Sal 32; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9

In questi giorni, presso la Chiesa Madre di Trinitapoli, ospitiamo la mostra delle opere di Alessandro Fanizza e Antonio Russo Galante, voluta dalla Pro Loco. Per raccontare Parola di questa domenica, detta della Trasfigurazione, vorrei proprio iniziare dalle opere scultoree di Alessandro Fanizza. Ciò che colpisce di queste opere è proprio la trasfigurazione della materia di cui è capace l’arte. Un semplice blocco di pietra, simile a tanti altri, diviene Umanità, Figlio Prodigo, Famiglia, ma anche i Lottatori, Dimensione e libertà e tante altre opere che tengono insieme forza e dolcezza, energia e delicatezza, tensione e delicatezza. Opere che ricordano il gesto metafisico di Giorgio de Chirico, in cui non conta il singolo evento, ma il prolungarsi di una promessa incisa nella pietra, che offre una forma nuova alla pietra, che trasfigura la pietra. In questo modo, oggi, possiamo leggere la Trasfigurazione di Gesù: la forma nuova data alla nostra umanità. Perché nella trasfigurazione di Gesù siamo colpiti e scolpiti dalla luce, siamo noi che diciamo, come Pietro: è bello per noi essere qui. È quella bellezza che non solo contempliamo ma che ci dona una forma nuova, uno sguardo nuovo sulle cose, una visione che parte dalla materia per giungere fin nelle profondità dello spirito. Un gesto, quello di Gesù, che tiene insieme energia e dolcezza. Non è l’impeto di una trasformazione, neanche l’improvvisazione di un gesto violento, e neanche una epifania simile a quella degli dèi antichi. Ma è l’energia dolce di una preghiera che fa brillare come il sole, che fa risplendere le vesti, che conversa con la Legge e i Profeti, con Mosè ed Elia. Non è la cesura della novità, ma la mèta di un cammino che vede la pienezza del nostro essere umani. La trasfigurazione di Gesù è la pienezza della nostra umanità, quella pienezza che riempie la terra e che offre significato a tutta la terra, come ci ricorda il Salmo. Quella pienezza che il Salmista stesso chiama amore del Signore, quell’amore che ci permette ancora di sperare, di guardare oltre, di non aspettare solo che il tempo passi, in una sorta di sopravvivenza terrena, ma che ci proietti anche oltre la disperazione, il buio, la catastrofe. Quella speranza a cui Paolo esorta Timoteo anche a soffrire per il Vangelo, anche a patire la realtà perché la trasfigurazione è la visione di come saremo, la salvezza. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Una manifestazione nonviolenta ma che, con energia e dolcezza, trasfigura anche il nostro corpo. Quella trasfigurazione che è mèta di un cammino che ci vede rischiare, come Abramo. Per aver prestato ascolto ad una voce, ecco che si mette in cammino, ecco che rischia di uscire dalla sua terra, di rimettere tutto in gioco senza sapere neanche dove andare, cosa fare, senza seguire nessun programma. Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Abramo esce dalla sua terra per seguire una promessa, con quella speranza che va ben oltre la materia, che spinge a compiere un passo, che non si arrende dinanzi alle prime difficoltà ma che ci permette di scendere dentro di noi, anche guardando ciò che non avremmo mai voluto, anche diventando consapevoli di quella parte di noi che mai avremmo visto. Mettersi in cammino è possibile solo e soltanto in una speranza che ci modella, una speranza che prende la nostra umanità e la scolpisce secondo il Cristo Trasfigurato. In un cammino che non si ferma alle pendici del Tabor ma che continua, fino a raggiungere un altro monte, il Golgota, già negli inferi dell’umano, per di lì risorgere.