Rancore: l’impotenza del subire la vita

Rancore: l’impotenza del subire la vita

12 Settembre 2026 0 di Makovec

Sir 27,33–28,9; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Nella Genealogia della morale, Friedrich Nietzsche scrive: «Si vuol guardare un poco giù nel segreto di come si fabbricano gli ideali sulla terra? […] Questo stagno è alimentato dal rancore. Qui l’impotenza, che non si vendica, viene convertita in “bontà”; la timorosa bassezza in “umiltà”; la sottomissione a coloro che si odiano in “obbedienza”. […] La loro vendetta è una vendetta immaginaria, l’immondizia dei loro sentimenti d’odio viene ribattezzata come “giustizia”». Secondo Nietzshce, la morale e i sentimenti di giustizia, in realtà, sono alimentati da questa bestia infida che si chiama rancore, in grado di confondere la rabbia e la vendetta per giustizia. Potremmo rileggere anche il brano evangelico di questa domenica sotto quest’ottica. Un uomo che non ha il coraggio di pagare tutto il debito al suo padrone vive nel rancore verso colui che gli deve una somma irrisoria rispetto a tutto il suo debito. Da una parte un tale deve diecimila talenti mentre dall’altra un’altra persona deve solo cento denari. Quantità spropositate che, nello svilupparsi del racconto, dicono comunque come il rancore mischi la vendetta con la giustizia, di come l’impotenza di quel tale nel ripagare tutto il debito diventi una sorta di ripicca nei confronti di un suo pari, punendolo attraverso la stessa legge, tanto da mandarlo in prigione per insolvenza. Perché il rancore è la morale degli impotenti, di coloro che scelgono di non vivere e si avvelenano dentro per tutto ciò che hanno subìto e dinanzi a cui non hanno mai avuto il coraggio di reagire. Perché il rancore non è qualcosa che proviene dall’esterno, ma è un processo interno che scegliamo di vivere o meno. E la migliore cura dal rancore è proprio il perdono, suggerito da Gesù come anche da tutta la psicologia contemporanea. L’unica chiave di uscita dal rancore è perdonare. Per questo motivo il perdono non è solo un qualcosa che dobbiamo fare per essere bravi, ma è strumento di liberazione dall’avvelenamento del rancore, dalla falsità di una vita che sceglie ancora di subire. Perché non serve molto a trasformare il rancore in vittimismo, ma occorre una scelta coraggiosa nel mettere da parte il rancore per vivere da persone libere. È lo stesso processo che ci suggerisce di mettere in atto il Siracide quando afferma: Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Il peccatore è chi prova rancore perché blocca la sua vita in un determinato momento, congela tutto di sé bloccandosi e fissandosi in un momento particolare. ecco perché il Signore della vita afferma: Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui. Ricordarsi della fine significa riprendere consapevolezza che la vita è un tempo, che la vita ha i suoi tempi e che dinanzi al Signore ogni vita acquista senso e significato, anche quella altrui, anche quella di coloro che odiamo, perché l’Altissimo stesso dimentica gli errori degli altri, quegli errori che anche noi facciamo fatica a dimenticare. Ed è nel Signore Gesù che la vita acquista senso, che la nostra vita credente pone e ripone una tensione, una via. L’uscita dal rancore emerge quando iniziamo a relativizzare ciò che ci avviene e a riconoscere come la nostra vita è tensione verso Dio, sete di infinito non ruminazione del passato. Allora Paolo afferma: Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Questo è ciò che conta, l’essenza di ogni nostro ripensare alla nostra storia, altrimenti il rischio è morire prima del tempo. Ed ecco perché il perdono è liberante, una liberazione che non risente solo delle regole: fino a sette volte? Ma fino a settanta volte sette, perché in un numero infinito di misericordia e perdono riusciamo a scorgerci liberi, ad essere persone che sento il flusso della vita scorrere dinanzi al volto di Dio e possono ancora dire: Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.