Paradiso e inferno, questione di desiderio

Paradiso e inferno, questione di desiderio

1 Agosto 2026 0 di Makovec

Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

In Vita oltre la morte, un saggio di qualche decennio fa, il teologo Leonardo Boff riportava un detto brasiliano sul Paradiso e l’Inferno. Scriveva di immaginare il Paradiso e l’Inferno come una stessa identica stanza, con delle persone in cerchio in entrambe le stanze, perfettamente uguali. Queste persone sono tutte intorno ad una grande montagna di riso, sia nell’Inferno che nel Paradiso e brandiscono mestoli con lunghi manici nell’uno e nell’altro caso. Allora, la differenza fra Inferno e Paradiso dov’è? Ebbene nell’Inferno ognuno cerca di mangiare per sé portando alla bocca i lunghi mestoli ma nessuno riesce a mangiare in quanto il riso cade ed è difficoltoso manovrare il lungo manico. Ecco perché nell’Inferno hanno tutti volti smunti e soffrono tutti di fame. Nel Paradiso invece, manovrano sempre tutti lunghi manici di mestoli, ma non portano il cibo alle proprie labbra, ma imboccano colui che hanno accanto, a vicenda. E tutti sono pieni e felici. La sola differenza fra Inferno e Paradiso, ci ricorda Leonardo Boff, consiste nella condivisione del cibo, nello spezzare il pane insieme, nel desiderare non solo per sé, ma far sì che quel desiderio sia colmato dall’altra persona. Quest’oggi vogliamo rileggere in questo modo il racconto della condivisione dei pani di Gesù. Non solo il portento di un miracolo, ma anche il desiderio che apre il paradiso, il desiderio saziato dalla mano di Dio, come ci ha ricordato il Salmo: Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente. L’Inferno è l’arrovellarsi del desiderio, il pensare che il desiderio possa essere soddisfatto dall’individuo e da una individualità autoreferenziale: io soddisfo il mio desiderio. Quando non ci accorgiamo che ogni desiderio ha una dimensione sociale e politica, che ogni desiderio ha a che vedere con una mano che si apre e che mi accoglie. Quell’Inferno che ci fa spendere tutto per ciò che non sazia, come ricorda Isaia e che invece ha bisogno di giungere all’acqua, di provare una sete che non possiamo soddisfare da soli. Voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Abbiamo, invece, bisogno di essere saziati dall’altro, essere saziati dalla mano di Dio, da quella mano che si apre nei nostri confronti e che non ci abbandona nella fame e nella malattia. Quella mano che è gesto amorevole, segno di accoglienza, capacità di nutrire non solo se stessi ma anche le altre persone, per tornare alla realtà della nostra umanità. Quella relazione così salda che nulla può spezzare come ricorda Paolo: Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore. Questa è la relazione che sana il desiderio, la relazione che mi permette di nutrire il mio desiderio, che mi fa sentire fame e mi mette a nudo dinanzi a ciò che maggiormente di manca. Questa è la fame che provo, questa è la fame che non posso colmare da me, ma solo e soltanto in una relazione profonda, in una relazione che dice: date voi stessi da mangiare. Questo è il vero senso della condivisione del pane, dove nessuno mangia per sé e nessuno pensa di potersi nutrire come se fosse ad un fast food ma solo e soltanto insieme, come comunità. Ed è questo il fondamento del nostro essere Chiesa, non solo mangiare ma mangiare insieme, non solo essere saziati ma accogliere dalla mano del Signore un pane che è per tutti. Nessuno escluso.