E un lager. Cos’è un lager?
E un lager. Cos’è un lager? È una domanda che spiazza, soprattutto se inserita in un album dedicato alle città. E un lager. Cos’è un lager? Una domanda che ripercorre tutto il testo della canzone, cantata lenta e a bassa voce, quasi come un monologo. Una domanda che Guccini aveva già affrontato in Auschwitz dove a cantare era un bambino, polvere nel vento. Ma come mai portare una canzone così in un disco dedicato alle città? Come mai piantare questa domanda dopo un viaggio alla scoperta di città sospese e impresse? Alla domanda risponde Guccini stesso: È una cosa stata, cosa che sarà, può essere in un ghetto, fabbrica, città, contro queste cose o chi non lo vorrà, contro chi va contro o le difenderà, prima per chi perde e poi chi vincerà, uno ne finisce ed uno sorgerà, sempre per il bene dell’umanità, chi di voi kapò, chi vittima sarà, in un lager. Non è solo un campo di concentramento, non è solo un qualcosa del passato, non è solo un fenomeno legato al nazifascismo, ma è qualcosa di molto più profondo e pervasivo. È un sistema di contenimento, operato con le migliori intenzioni, per il bene di un popolo, di una classe, di una nazione, poco importa. È un sistema non solo legato al nazista cattivo, ma al potere in sé. Un sistema di governo attraverso la paura, la divisione, le categorie, da una parte le vittime e dall’altra gli aguzzini, da una parte gli amici e dall’altra i nemici, da una parte l’umanità e dall’altra animali umani. È il confinamento della massa, dalle periferie a Gaza, dai centri per migranti ai manicomi. Un lager è un sistema di potere, di detenzione differente dal carcere perché più pervasivo e invisibile. È l’appartamento di casa, è il lavoro che fai, è la città in cui vivi, è quando ti senti così sotto controllo e sotto pressione da diventare disumano, da non coltivare più alcuna relazione, da essere funzionale solo al lavoro e al profitto. Un fenomeno che ha raggiunto il suo apice con il nazismo ma che non è detto che non si ripeta e non si viva ancora oggi. Dove il nazismo non è stato frutto di una isteria collettiva ma una certa strada intrapresa dalla civiltà occidentale che ha escogitato la morte industriale per eliminare categorie ritenute subumane, dagli ebrei agli zingari, dagli omosessuali ai comunisti. Un lager è l’industrializzazione della morte, la produzione fino a crepare, l’essere spogliati di ogni umanità e di ogni relazionalità, l’apice dell’alienazione. Ecco perché non è uno spazio fisico ma una città totalmente alienata e alienante, in cui ogni respiro è prigione.
Il richiamo al genocidio di Gaza è implicito Lì il lager è una nazione intera messa in piedi (e questo è il paradosso assurdo) da un popolo che ha subito nelle sue carni lo scempio della persecuzione nazista.
Oggi la prima lettura, e di richiamo il Vangelo, ci profetizzano come la fertile vigna preparataci dal Signore viene trasformata in luogo di violenza contro i suoi stessi messaggeri.