Conversione e ironia, il caso dei Santi Medici

Conversione e ironia, il caso dei Santi Medici

26 Settembre 2026 0 di Makovec

Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

In questi giorni di festa in onore dei Santi Medici Cosma e Damiano, abbiamo assistito ad una catechesi di don Enzo de Ceglie su malattia e accompagnamento. Sottolineava don Enzo una caratteristica particolare e originale nell’accompagnamento della malattia e nella malattia: l’ironia. La capacità di ridere anche nella malattia, per non abbattersi, per non buttarsi giù, per avere anche un punto di vista differente nella sofferenza e nell’abisso, inspiegabile alle volte, della malattia. E mi veniva in mente proprio il miracolo più importante attribuito ai Santi Medici, raccontato da Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea. Avviene che il sagrestano della Chiesa dei Santi Medici di Roma aveva una gamba in cancrena. Di notte, sogna che due persone sostituiscono la sua gamba con quella di un etiope, morto in giornata. Al mattino si ritrova con una gamba nera, completamente guarito. Pensiamo che già i Santi Cosma e Damiano sapevano cosa fosse l’integrazione, che una gamba è una gamba, che una vita è una vita al di là del colore della pelle. Un miracolo che sottende in sé anche una sorta di ironia nella malattia che permette di vivere la conversione anche nel momento più difficile della vita, come può essere una malattia. È proprio fra conversione e ironia che vorrei introdurre la Liturgia della Parola di questa domenica. Infatti, Gesù ci parla di due fratelli a cui viene chiesto di andare a lavorare nella vigna. Il primo cambia idea durante la via e da no dice un sì, mentre l’altro dice semplicemente un sì signore, ma sa bene che non ci andrà. Gesù elogia chi cambia idea, chi si converte. Tanto che metanoia, il sostantivo greco che dice conversione, significa letteralmente cambiare pensiero, cambiare idea. E questo lo possiamo vivere perché durante la linearità del quotidiano avviene qualcosa, c’è un evento che permette di cambiare idea, di tornare sui nostri passi, di convertirci. Non è la semplice narrazione che dal cattivo passa al buono, dal negativo al positivo. La conversione è un cambiare mentalità, è un mettersi costantemente in gioco per poter guardare il mondo con lo sguardo di Dio. In questo riconosciamo le affermazioni di Paolo: Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. La conversione nasce per desiderio di voler guardare il mondo attraverso lo sguardo di Cristo. La conversione avviene nel momento in cui capita qualcosa che ci permette di cambiare mentalità, come per gli scribi e le prostitute di cui parla Gesù. Una attestazione ironica, se vogliamo, perché detta ai farisei, a coloro che erano i perfetti e i seduti in prima fila. Sono persone che la vita ha piegato, che il giudizio degli altri ha incasellato, che la società guarda con estremo disprezzo. Ma sono loro che vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli. Sono persone che hanno visto in Giovanni Battista una edicola votiva, un perno che aiuta a guardare l’altro, che aiuta a scorgere la differenza e la diversità di una possibilità altra. Questo è ciò che ha aperto alle prostitute e ai pubblicani il Regno nell’ascolto di Giovanni Battista, mentre i farisei non si sono neanche pentiti, non hanno mosso un ciglio. Ed è la conversione che ci rende vivi e ci fa assaporare la vita fin nelle profondità, avendo la capacità anche di vivere in quell’ironia salutare. Quando ci sporchiamo le mani, quando abbiamo a che vedere con il materiale umano, quando non ci arrendiamo dinanzi alle difficoltà ma, come ci ha ricordato Ezechiele, siamo disposti a cambiare la nostra condotta per poter tornare a vivere. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà. E in questa relazione rinnovata con Dio riscopriamo che cosa significhi misericordia così come ricorda il salmista: Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. Ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.