Il cavallo di Troia, simbolo e sintomo della civiltà occidentale

Il cavallo di Troia, simbolo e sintomo della civiltà occidentale

16 Agosto 2026 2 di Makovec

Ritornando, ma anche ripartendo, dall’Odissea di Nolan, di Omero, anche di Dante e Joyce, da tutte le odissee del quotidiano, vogliamo puntare l’attenzione su un archetipo che caratterizza la nostra cultura occidentale: il cavallo di Troia. Nonostante le origini si perdano nel mito, nonostante oggi facciamo fatica a credere che siano fatti di cronaca, il cavallo di Troia è divenuto un punto fisso della formazione intellettuale dell’Occidente. Ancora oggi è utilizzata l’espressione Trojan horse per indicare dei link che caricano o scaricano dati sul pc all’insaputa dell’utente. È un dato della cultura e della civiltà occidentale ma a pensarci bene, ha a che vedere proprio con l’altro archetipo che è la città. Infatti non è il cavallo di Odisseo, come se ricevesse il nome dal suo ideatore, ma riceve il nome da Troia, dalla città in cui è stato portato, dagli effetti che ha prodotto. Non un nome legato alla sua fabbricazione ma agli effetti distruttivi che ha prodotto. E questo ritorna anche per la bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki, la quale porta il nome delle città distrutte e non di Oppenheimer, suo ideatore. Cavallo di Troia e Bomba atomica sono due elementi che hanno ridefinito la civiltà stessa proprio considerando gli effetti distruttivi sulla città. Una città che, impostata come archetipo, dice il senso di comunità, relazioni, condivisioni e conflitti. Ecco perché il cavallo di Troia assume la fisionomia di una tecnica e di un ingegno capaci di distruggere dall’interno la civiltà, di farla collassare su se stessa, dietro la promessa di un futuro radioso o comunque di un dono votivo. Non è uno strumento di sterminio o solo un’arma di distruzione di massa, ma una vera e propria mina della civiltà in quanto va a colpire alle basi il senso stesso di convivenza. E se vogliamo ragiona così anche la bomba atomica sganciata su Hiroshima, i cui timori erano che potesse addirittura incendiare l’idrogeno dell’atmosfera creando una reazione a catena che avrebbe polverizzato l’aria stessa di tutto il mondo. Ed ecco perché c’è bisogno ancora di un fondamento metafisico della città, perché oltre le strade e i palazzi ci occorre ancora interrogarci su ciò che bisogna preservare per dirci ancora cittadini, persone, umani. Perché se giunge un nuovo cavallo di Troia fatto di patriottismo sacrale e violenza e discriminazione all’interno, il rischio è quello di vedere nuovamente le nostre città bruciare.