Un Centro sociale parrocchiale

Un Centro sociale parrocchiale

18 Gennaio 2026 1 di Makovec

Da pochi mesi sono diventato amministratore parrocchiale della comunità di Santo Stefano Protomartire in Trinitapoli. Un impegno abbastanza oneroso dal momento che la parrocchia si viene a caratterizzare come un arcipelago di strutture afferenti alla Chiesa Madre di Trinitapoli, ovvero la storica chiesa della città di dimensioni molto ampie. Tuttavia, fra le strutture che ineriscono alla comunità parrocchiale ve n’è una che, in gergo locale, è chiamato: “Centro Sociale”. Una definizione stuzzicante, provocatoria e, in questo periodo, pericolosa per i continui sgomberi che possiamo ascoltare dalle notizie dei giornali e telegiornali. Una definizione talmente pericolosa che alcuni confratelli si sono chiesti come mai si chiami, appunto, centro sociale, pur essendo un centro parrocchiale. Molte spiegazioni si potrebbero offrire a questo riguardo, fra cui anche tecniche. Infatti, il centro sorge su un’area comunale data in comodato d’uso alla parrocchia per attività sociali, il che non esclude le attività pastorali ma nemmeno preclude ad altre attività che potrebbero essere non direttamente connesse alla pastorale. Tuttavia, questa ambiguità terminologica risulta interessante per la riflessione non solo sulla città ma sulla funzione delle parrocchie all’interno delle città. Funzione che spinge a chiedersi quale sia la relazione fra la dimensione pastorale, la dimensione sociale e la dimensione urbana. Una triade relazionale che, oggi, attraversa una grave crisi in quanto sta venendo meno una certa forma di cristianesimo a favor di una pluralità di forme che intersecano, ineriscono e, molto spesso, coinvolgono il tessuto sociale. Attività che non hanno una valenza prettamente confessionale. Per dirla in altre parole, è il triste destino che si trova a vivere ciascun parroco quando attira i bambini con il campetto di calcetto e poi cerca di farli venire a messa, senza ottenere molti risultati. Oppure, l’innesco di ricatti che spesso accadono per cui per giocare nelle strutture parrocchiali occorre prima assolvere il precetto della messa, una sorta di prezzo da pagare pur di giocare gratis. Tuttavia, il Centro Sociale in questione si trova distante dalla Chiesa, favorendone uno spazio più laico che prettamente confessionale. Allora, ritorna ciò che papa Francesco affermava già in Evangelii Gaudium ovvero la dimensione sociale dell’evangelizzazione. Una dimensione imprescindibile dalla pastorale, una realtà che non ci può più vedere scissi fra la realtà contemporanea e le attività pastorale. Per questo, un centro sociale parrocchiale sarebbe una interessante provocazione a questa nuova prospettiva sociale della pastorale. Tuttavia, i tempi non sono ancora maturi e, per questo, cambieremo nome prima di ricevere richieste di sgombero. Ma la vocazione sociale delle parrocchie è il solo modo per riconoscere ancora una validità alle strutture che possediamo e, ancora di più, per osare nella comunicazione del Vangelo.