Resistenti, fedeli e tenaci

Resistenti, fedeli e tenaci

18 Luglio 2026 1 di Makovec

Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

In Magnifica humanitas, papa Leone XIV pone una citazione de Il Signore degli anelli, per bocca dello stregone Gandalf. Scrive papa Leone al n. 123: Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo. Spesso il rischio che ci viene dalla lettura della parabola del seme e della zizzania è di risultare degli impotenti dinanzi al male del mondo. Tanto che il Signore Gesù stesso ci dice che non occorre raccogliere la zizzania, altrimenti corriamo il rischio di strappare anche il grano. Sembra, quindi, di non poter far nulla per sradicare il male dalla nostra vita o dalla vita delle altre persone. Il male c’è, è un fenomeno presente, e spesso ci riduce all’impotenza perché ci accorgiamo di non poter far nulla. Se poi siamo cresciuti con un mondo di supereroi che sono capaci di combattere e vincere sempre sul male, la situazione non fa altro che complicarsi. Perché i supereroi riescono a vincere il male, mentre noi, comuni mortali, non sappiamo neanche da dove iniziare. Ma se il rischio di leggere la parabola del grano e la zizzania è quello dell’impotenza, possiamo provare a rileggere la Parola anche alla luce del Magistero di papa Leone e di quella consapevolezza che non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo. E il primo campo da cui sradicare il male sono proprio io. Quel campo che domenica scorsa era stato seminato dalla Parola, è un campo che va coltivato anche togliendo le piante infestanti, anche togliendo ciò che sembra bene e si rivela un male per noi e per le altre persone. Ci sono dei mali che non riusciamo a riconoscere, dei mali che ci sembrano bene e che si camuffano da bene. Ma quando riusciamo a riconoscere il male dentro di noi, ecco che occorre sradicarlo. Anche provando dolore, perché anche a quel male ci siamo abituati, anche a quel male ci siamo affezionati, scambiandolo per grano. Eppure c’è un male che possiamo togliere, che possiamo mettere da parte, perché scegliamo di metterlo da parte. E lo scegliamo nella nostra debolezza supportata dallo Spirito. Perché quando ci accorgiamo, nello Spirito, di aver vissuto male, di aver fatto del male, come anche di aver subito del male, ecco che possiamo ancora sradicare proprio quelle piccole cose da dentro di noi, per lasciare agli altri un mondo più pulito. Questo racconta Paolo alla comunità di Roma quando afferma che lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito. Per questo motivo non siamo dei supereroi, non siamo neanche dio, ma siamo umani. Di quella umanità che lotta contro il male, che si oppone al male, che resiste al male anche se sa che non cesserà, non perché il male sia più forte, ma perché non spetta a noi toglierlo di mezzo. Questa è la grande differenza fra l’impotenza dinanzi al male e la scelta di resistere ad esso. La consapevolezza che non devo eliminare tutto il male del mondo, ma posso coltivare quel campo in questo tempo, per poi lasciare a Dio il giudizio ultimo. Questa è la spiegazione dell’ultima parte della parabola, annunciata da Gesù stesso, ma anche è quella sapienza di cui ci racconta la prima lettura. Un Dio che è Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Un Dio capace anche di contenere la forza, di usare pazienza, di attendere, di farsi conoscere come Misericordia. Non solo perdonando i peccati, ma anche dinanzi ad un male che sembra non cessare mai, noi operiamo nella sua misericordia, in quella misericordia che rivela il volto di un Dio che sa attendere per non sradicare il bene, che attende per scelta e che non ci rende impotenti dinanzi al male, ma resistenti, fedeli e tenaci. Quel Dio preghiamo ancora così: Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, volgiti a me e abbi pietà.