Babele e Gerusalemme, costruire e ricostruire
Paragonando Babele e Gerusalemme, nella lettura di Magnifica humanitas, la prima differenza di cui avevamo parlato è fra la costruzione di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme. Babele è la torre che viene costruita per farsi un nome, mentre Gerusalemme è la città dei padri, una città ricevuta in eredità. La prima una costruzione ex-novo, la seconda una ricostruzione di qualcosa che c’era in precedenza, di una eredità ricevuta e che ora è distrutta, logorata dalle fiamme e dalla distruzione. Una città che brucia segna sempre la fine di una civiltà, il tramonto di qualcosa che non si vuole più che cresca e si sviluppi. Così, se la sindrome di Babele vuole cancellare la città in nome di una torre di controllo in mezzo al deserto, ecco che Gerusalemme è la città che riceviamo, la città che conosciamo oggi, la città che abitiamo e che torniamo ad abitare. Neemia è, innanzitutto, colui che abita. Quella persona che, secondo il suo stile e la sua professione di fede, torna ad abitare la città, a rimettere i piedi nella città che gli è stata data dai suoi antenati. È la città imperfetta, la città distrutta, la città dinanzi alla quale ci sapremmo solo e soltanto lamentare. Mentre Neemia è colui che si mette ad intrecciare i fili delle relazioni, che si adopera, si rimbocca le maniche sapendo che la città in cui vive e la città che gli è stata data in eredità è una città colma di problemi. Una città che ha bisogno di essere ricostruita, non partendo dai problemi ma dalle mura, pietra dopo pietra. Questo è il segreto della ricostruzione. Da una parte rinunciare all’espansione, all’aumento delle cubature, all’invasione di nuovi spazi e aree, anche protette. Dall’altra ricominciare da ciò che abbiamo, dalle persone che incontriamo, senza la pretesa che siano perfette ma semplicemente consapevoli di essere cittadini, che il destino delle città dipende da loro. Ecco, allora, la differenza fra Babele e Gerusalemme. Una Gerusalemme che non è la città perfetta, che non ci viene presentata alla fine della storia discendere dall’alto (cfr Ap 21), ma come città nelle nostre mani, città che ha bisogno della cooperazione di tutti, di una sorta di democrazia diretta che parta dalle comunità. Senza la riconcorsa al farsi un nome, ma ricostruendo i tessuti, coinvolgendo gli scartati, prendendosi cura delle povertà, ripartendo dagli ultimi. Questa è la città che ci permette di restare umani, quella Gerusalemme simbolo della città celeste e che costruiamo con le nostre mani, pietra dopo pietra.
La domanda da porci è: Bisceglie in che direzione va? Verso Babele o verso Gerusalemme?