Magnifica humanitas e la sindrome di Babele

Magnifica humanitas e la sindrome di Babele

5 Luglio 2026 1 di Makovec

L’ultima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, contiene numerosi riferimenti alle città. sappiamo che la preoccupazione principale del papa è quella sulle diseguaglianze create dalle nuove tecnologie e, in particolare, dall’uso dell’intelligenza artificiale. Non è una enciclica che discrimina la tecnologia, che demonizza l’uso della IA pensando ad un futuro distopico o al peggiore degli scenari. È una enciclica che sottolinea l’uso sociale della tecnologia, la sua non neutralità in campo politico e ambientale. Com’è stata la Rerum novarum con Leone XII, così Magnifica humanitas evidenza la dignità della persona umana e gli squilibri che la tecnologia può creare dall’estrattivismo delle materie prime alle distanze e solitudini celate dietro i social. Tuttavia, come sottolineavamo, il nostro interesse verte sulle immagini che papa Leone utilizza per raccontare della tecnologia. La prima immagine è quella di Babele, la grande torre che viene costruita per dare a tutti i popoli una sola lingua, un solo indirizzo, una uniformità che possa scalare il cielo. Un indirizzo, afferma il papa, senza Dio, il quale predilige una unità nella differenza, una comunione di diversità e non una schiacciante e omologante uniformità. La prima immagine, dunque, è Babele. La grande torre che ha una chiara intenzione per l’umanità: farsi un nome. Una torre che richiama la città di Babilonia nel suo nome ma che, al tempo stesso, non viene costruita a Babilonia ma nel bel mezzo di un deserto. Babele non è una città ma è solo una torre, strumento di controllo e vigilanza sulle persone, luogo in cui la vita umana non conta nulla mentre l’importanza viene data ai mattoni, agli strumenti utilizzati per la costruzione. C’è un detto ebraico che ricorda come a Babele la morte di una persona veniva immediatamente rimpiazzata con un’altra mentre la rottura di un mattone era considerata una tragedia. E questo utilizzo della tecnologia implica un modo di essere insieme, uno sviluppo della società come anche uno sviluppo delle città. l’immagine di Babele ci aiuta a rileggere i sistemi di controllo delle città e nelle nostre città. Controllo e sicurezza osannati in mezzo ad un deserto urbano fatto di solitudini e violenza. Babele, oggi, è esattamente questa difformità delle città. Non luoghi di socialità, ma strumenti di controllo delle vite delle persone attraverso la tecnologia, la strumentalizzazione dell’opinione pubblica, le politiche securitarie invocate ad ogni piè sospinto. Scrive papa Leone: “Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico”. L’uniformità rassicura, infatti. E ci spinge a farci un nome a costo di sacrificare la diversità, uno dei maggiori sintomi della libertà. E sacrificando la libertà, sacrifichiamo anche le nostre città, in nome di Babeli autoritarie e fasciste.