Fra apparenza e apparizione

Fra apparenza e apparizione

24 Dicembre 2025 1 di Makovec

Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

In Estetica della sparizione, Paul Virilio prende in esame il lavoro che già autori come Baudrillard e Debord aveva iniziato. In una società dello spettacolo come quella che stiamo vivendo, la realtà vive sostituita dalla sua apparenza, per cui ciò che davvero conta oggi è l’apparire, la bella figura, il successo, l’essere sempre al cento per cento. Una società che taglia fuori la fragilità, a meno di farne uno spettacolo, come taglia fuori soprattutto la malattia, la sofferenza e la morte. Nella società dello spettacolo non sono consentite dimensioni tristi, essere mancanti. E Paul Virilio, aggiunge, che oggi non viviamo più nell’epoca della trasparenza ma della trans-apparenza della realtà, per cui ciò che conta non sono le cose conservate nel magazzino dell’esistenza, ma la vetrina sgargiante di una apparenza che cancella la realtà stessa. Per cui la realtà è apparenza, per questo non riusciamo più a cogliere il profondo e scandaloso significato di questa Notte di Natale, di questa apparizione nel mondo del Cristo. Apparizione che non trova posto neanche in una casa, apparizione in cui nessuno si accorge di nulla tranne i pastori, gli scartati, coloro che erano costretti a dormire fuori della città, oggi potremmo dire nelle stazioni e sulle panchine delle nostre città. A costoro appaiono gli angeli, a costoro viene portato l’annuncio di salvezza. Non a Cesare Augusto, non a Quirino governatore della Siria, non a Erode, non a un qualche potente che continua a dormire nei suoi palazzi. A tutti coloro che vivono di apparenze è impossibile scorgere l’apparizione del Cristo Gesù, di questo bambino che non viene con violenza ma che ha bisogno di tutto. E l’apparizione del Signore Gesù è segnata da una gioia collettiva e noi gioiamo quando sappiamo di non vivere di apparenza ma di essere veracemente noi stessi. La gioia vera, quella più intima e pacificata, la viviamo nel momento in cui riconosciamo di essere manchevoli, quando non dobbiamo apparire in nessun modo dinanzi alle altre persone perché esse ci vogliono bene così come siamo. Ed è questo che ci riempie davvero di gioia e di bellezza, di quella gioia che apparendo crea comunione. Comunione che Isaia annuncia nelle immagini della mietitura e della spartizione della preda. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian. Ma ti accorgi di gioire davvero quando vedi una luce nelle tue tenebre, quando fai i conti con le tue tenebre e appare lì una luce. Fino a quando viviamo di apparizioni al neon, di luci controllate affinché la nostra tenebra non emerga, allora non ci sarà mai gioia vera, non ci sarà mai autentica luce. Perché quando i riflettori si spengono tornano le nostre miserie, le nostre inimicizie, i nostri piccoli o grandi rancori. Ed è quando viviamo della profonda apparizione della grazia che siamo sobri in questo mondo, dove la sobrietà non significa miseria ma essenzialità contro ogni tipo di eccesso. Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Dove gli eccessi possono essere di ogni tipo e l’apparenza delle cose ha bisogno dell’eccesso perché altrimenti non ci colpisce più. Invece la sobrietà è vivere dell’apparizione di Dio, di questo Dio che non ha ansie da prestazione, che incontra le persone ad una ad una, che si rivela nel silenzio di un presepe dove ogni personaggio continua a fare quello che ha sempre fatto, senza accorgersi di lui. Perché questo è il nostro Dio che si fa carne in un bambino.