Gli spazi del treno
Recentemente è stato mandato in onda lo spot delle Ferrovie dello Stato, firmato dal regista Volfango De Biasi, con protagonista Serena de Ferrari. Il primo commento, ironico, che sorge nella mente è quanto sia il ritardo accumulato dal treno che ci mette un secolo per partire e tornare da Milano! Oltre la facile battuta e il rimpianto per Capi stazione che facevano arrivare in orario i treni, mascherati da Capi di Stato, lo spot racconta del treno come vera e propria macchina del tempo. Un parallelismo interessante non per gli orari dei treni, quanto per il tempo che passiamo in treno, per il tempo che diviene macchina, attraversamento, spostamento, spazio. Una macchina del tempo, che paradossalmente rivela uno spazio e una gestione interna dello spazio del treno, come anche panorami esposti all’esterno. Non è un tempo fra due spazi, ma un tempo nello spazio del treno, che racconta non tanto la mobilità ma come è cambiato il nostro modo di vivere il treno, di albergare in esso. L’elemento che, prima di ogni altro, colpisce è la posizione dei sedili, la distribuzione delle valigie dai primi anni del Novecento, fino ad oggi. Nella prima carrozza, del treno dei primi anni del secolo, ci si trova l’uno dinanzi all’altro, guardando il finestrino. Nessun tavolino nel mezzo, lo spazio per le valigie ampio situato sulla testa di ciascuno, nessuna barriera fra una persona e l’altra, tanto che tutti sono a dialogare fra di loro. Il treno era il modo per incontrare gli sconosciuti, per scambiare qualche parola, per conoscere da dove provenivano e verso dove andavano. Era un treno diviso per classi, a seconda della quota del biglietto, eco di una forte differenza fra persone e persone, ma anche di una coscienza di classe, di migrazioni vissute in maniera collettiva. Il treno diventa uno spazio di comunicazione e di dialogo, esattamente il contrario di oggi dove l’ingresso in treno sembra quasi l’ingresso in una biblioteca o in una chiesa, salvo rari casi di bambini che piangono o cani che latrano. Si passa, poi, ad una carrozza degli anni Sessanta, dove si vede il primo mezzo tavolino e le persone che parlano fra di loro, ma una con l’altra al fianco, e dove emergono le prime postazioni singole delle poltrone. Un viaggio più comodo, con sedute ampie, ma dove il tavolino diviene il luogo di lavoro, il momento per mangiare qualcosa, per poggiare pile di roba, sperando di non dare fastidio a chi abbiamo davanti. Infine, si giunge alla carrozza ristorante, dove gli sguardi fanno fatica ad incrociarsi. Tutti parlano in una specie di scompartimento e la nostra protagonista si trova sola al tavolo, per poi andarsi a riposare in una confortevole cuccetta, stanza singola. Fra le varie cabine e passaggi d’epoca, solo un piccolo spazio per guardare il panorama da un vagone completamente a vetro e di sedute singole. La prima percezione che si ha è di uno spazio che ha subito mutazioni all’interno di quella macchina del tempo, che è il treno. Uno spazio che è cambiato e che, per chi sperimenta i treni di oggi, è sempre più smart. Tutto funziona ad incastro, dalle valigie che hanno bisogno di avere una loro tara, altrimenti bloccano il passaggio, alle sedute, ormai quasi non più una dinanzi all’altra ma una di spalle all’altra. Rimane solo qualche tavolino centrale a cui si spera di essere assegnati e che crea ancora qualche momento comunitario di gioco, posto lì a perpetua memoria di quando in treno si scambiava qualche parola. Oggi, anche io mi accorgo di voler prendere il treno proprio per svolgere quelle attività in cui non ho bisogno di scambiare chiacchiere con nessuno, in cui c’è silenzio e che provo fastidio anche per un bambino che piange o un cane che abbaia. È vero ciò che emerge nello spot delle Ferrovie, ovvero che lo spazio del treno è una vera e propria macchina del tempo, capace di riflettere il nostro rapporto con il tempo, che significa anche relazione con le altre persone, sempre più veloce, smart, individualista. Ma, grazie a Dio, alle volte non è così e gli incontri in treno diventano un modo per credere ancora nell’umanità. E possiamo ancora chiederci, con le parole di Lucio Dalla che fanno da sfondo: “Ah, felicità. Su quale treno della notte viaggerai?”.