Benedetto blackout
Seppur oggi non temiamo più il blackout o crediamo non possa mai arrivare nelle nostre città, tuttavia il timore più grande è quello della disconnessione. Perché Guccini non canta solo un rimanere senza elettricità, ma come succede a noi e al nostro spazio quando ci disconnettiamo dal mondo virtuale, da tutto quel bombardamento di informazioni e comunicazioni. Ad un certo punto, improvvisamente, disconnessi dal mondo, da ciò che pensavamo fosse realtà oppure dalla nostra stessa idea di realtà, per ritrovarci in un luogo differente, comune e alieno al tempo stesso. Invertire l’ascolto, riversarlo su ciò che avviene, su ciò che distrattamente non avevamo mai sentito, ritmi più lontani, di bestie, legni, suoni umani, odore d’olio e di candele, fruscìo di canapi e di vele, il miele, il latte, i pani e il vino vero. L’ansia di separarci dal mondo virtuale è l’ansia di essere scartati da una società della prestazione, da una continua possibilità di dire la propria e di sembrare anche intelligenti nel dirla, nella visibilità scambiata per prestigio sociale. Tutte queste illusioni che servono a rendere la nostra esistenza più interessante almeno ai nostri occhi, un momento per specchiarci nella palude degli applausi altri. E il rischio è sempre quello di rendere anche le nostre città un semplice palcoscenico per influencer, uno spettacolo social piegato all’economia. Poi, il blackout, il momento dove tutto svanisce e ti ritrovi a fare i conti con la quotidianità e la fantasia. Il problema è se c’è ancora voglia di fantasia, se riusciamo ancora ad immaginare qualcosa che non sia precotto o prestampato. Riuscire a scorgere una metafisica negli oggetti comuni, immaginare le altre persone dentro le loro case, altre e altre vite come la mia. Avessi sette vite a mano in ogni casa entrerei piano e mi farei fratello o amante, marito, figlio, re o brigante, o mendicante o giocatore, poeta, fabbro, Papa, agricoltore. Ma ho questa vita e il mio destino, e ora cavalco l’appennino e grido al buio più profondo la voglia che ho di stare al mondo: in fondo è proprio un gran bel gioco a far l’amore tanto e non bere poco. Benedetto il blackout, allora, che permette di giocare con la vita, di entrare nelle città ascoltando e guardando la favolosa materia, perdendosi all’interno non di un parco a tema fittizio e inventano, ma nella veracità delle strade, dei profumi, delle persone. Benedetto il blackout che sprigiona un silenzio rinnovato, una danza che gioca ancora la vita e ce la fa gustare fino in fondo, con tutti i suoi spazi. Non voglio tante vite a mano, mi basta questa che viviamo, comuni giorni intensi o pigri, gli specchi ambigui dei miei libri, le tigri della fantasia, tristezza ed ottimismo ed ironia. Ma quante chiacchiere stavolta, che confusione a ruota sciolta, lo so che è un pezzo che parliamo, ma è tanto bello, non dormiamo, beviamo ancora un po’ di vino, che tanto tra due sorsi è già mattino.