Oh, when the saints go marching in
Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a
Oh, when the saints go marching in, Oh, Lord, I want to be in that number. Oh, when the sun begins to shine, Oh, Lord, I want to be in that number, When the sun begins to shine, Oh, when the trumpet sounds the call, Oh, Lord, I want to be in that number. (Oh, quando i santi avanzano marciando, Oh, Signore, voglio essere in quel numero. Oh, quando il sole comincia a splendere, Oh, Signore, voglio essere in quel numero, Quando il sole comincia a splendere, Oh, quando la tromba suona il richiamo, Oh, Signore, voglio essere in quel numero). Un canto semplice, che chi studia musica apprende con le prime note. Eppure, Oh, when the saints, è un canto di una profondità dirompente, nato negli ambienti afroamericani oppressi della Georgia e della Luisiana. Racconta di una tribolazione che si apre alla speranza, di una tribolazione antica degli schiavi afro nelle piantagioni di cotone di ieri come nelle piantagioni di pomodori di oggi. Ciò che cambia è semplicemente il materiale raccolto, poi le oppressioni rimangono le stesse. Eppure, in quell’oppressione c’è ancora speranza. Una speranza che non si arrende all’alienazione e alla disperazione e di cui Oh, when the saints, è uno dei segni più tangibili. Cantato durante i funerali, da ritmo triste verso il cimitero, diviene ritmo vibrante per la gioia dell’essere entrati in Paradiso. Dopo la grande tribolazione, rimane viva e desta la speranza di poter entrare con i santi nel Regno, di far parte della schiera dei santi. Non è un inno che si lamenta della propria condizione, ma un canto che fa della speranza una forma di resistenza contro ogni oppressione. Questa è la santità che ci viene raccontata oggi, una santità che supera ogni tribolazione, che lava le vesti rendendole candide, come ci ha fatto vedere Giovanni nell’Apocalisse. Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». La santità ha a che vedere con la tribolazione perché è nutrita dalla speranza di appartenere ad una comunione che va ben oltre quel dolore e quella sofferenza, quella difficoltà e questo sistema oppressivo. La santità non cerca la tribolazione come non cerca la sofferenza, ma guarda oltre di esse e, per questo motivo, non si lascia abbattere, non rimane a piangere su se stessa. I santi non sono i perfetti, ma coloro che hanno attraversato la tribolazione consapevoli di camminare insieme a tante e tante altre persone. Per questo la santità ha a che vedere con la tribolazione, con le questioni legate al mondo, con le difficoltà che ciascuno incontra nella vita e di cui nessuno di noi è esente. Non è un privilegio essere santi, ma una comunione e un modo di affrontare la vita, riconoscendo di essere figli e figlie di Dio, e lo siamo realmente, come ricorda Giovanni. Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. E quando Gesù si sarà manifestato, noi saremo simili a lui non in una relazione individualista con lui, ma in una comunione di diversità. Non si diventa santi da soli e non possiamo pensare di diventare santi senza una comunità, senza la consapevolezza di appartenere ad una comunità che si allarga oltre ogni confine. In questo si rivela pienamente il manifesto delle beatitudini. Fra coloro che sono poveri in spirito, coloro che sono perseguitati per la giustizia, coloro che sono nel pianto, coloro che sono afflitti, coloro che sono miti, tutti comunque sono detti beati. In diversi modi, la santità ci raggiunge e con diverse sfumature apparteniamo tutti alla stessa comunità che cammina verso Cristo. Emblematica, allora, la chiusura delle beatitudini: Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Perché la santità ha sempre a che vedere con la tribolazione e quando manca la tribolazione germoglia la violenza perché è nella tribolazione che mi sento parte di una comunità, che nutro la speranza di un domani migliore, che provo l’attrito delle mie scelte e posso affermare di appartenere a quella generazione che, nel corso dei secoli, cerca ancora il volto del Signore, come ricorda il Salmo: Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.