Naza, alla luce
Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14
Il documentario Naza, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, ha creato molto dibattito, per non dire scandalo in certi ambienti. Perché naza sono il numero di civili che possono essere uccisi, secondo lo Stato di Israele, in Palestina, pur di scovare un affiliato o un presunto affiliato di Hamas. Un numero di civili che possono essere uccisi, come danno collaterale, pur di raggiungere un obiettivo. Nella presentazione del documentario, un intervistato afferma addirittura che dopo il 7 ottobre nessuno a Gaza sarebbe stato ritenuto un innocente. Tutti erano possibili bersagli in una zona estesa, completamente recintata da muri e filo spinato. Un enorme ghetto, un grande lager in cui nessuno è più innocente e tutti potevano essere bombardati o vittime in un bombardamento. Ma l’elemento che colpisce, a prima vista, è che Naza è girato in una Tel Aviv completamente al buio, nell’oscurità. Perché è con l’oscurità della strategia militare, della privazione dei diritti, del genocidio che abbiamo a che vedere. È la valle oscura in cui la nostra umanità può scendere e cadere quando pensiamo che dall’altra parte non ci siano più persone ma essere subumani. È la valle oscura che ci ha raccontato il Salmo e che ci vede, oggi, spettatori di una storia dinanzi a cui non possiamo voltarci dall’altra parte. La storia della valle oscura, la storia di chi attraversa quella valle oscura con uno sguardo di fede. Perché non ci viene risparmiata la valle oscura ma ci camminiamo in mezzo, con la consapevolezza che Gesù è il nostro Pastore e che siamo diretti verso la casa del Signore, verso un luogo da abitare nuovamente, verso un modo differente di intendere noi stessi, il mondo, l’ambiente e le persone. Oggi siamo chiamati a scorgere il mondo, a guardare la realtà, a riconoscere le tenebre che ci circondano e a non fare finta di niente, a non essere votati all’indifferenza. Perché nella valle oscura si cela una chiamata, anche nel momento più buio c’è una luce che possiamo portare avanti, una speranza da annunciare. Ecco, allora, il monito del profeta Isaia al suo popolo. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. Noi attraversiamo la storia, per quanto oscura e difficile possa essere, con una speranza altra. Quella speranza di pace, quella speranza che ci fa dire che non ci sarà più la morte, che il Signore strapperà via la notte e che noi non possiamo collaborare a quella notte con la nostra indifferenza, altrimenti ne diveniamo complici. Perché senza speranza, senza la speranza di una vita nuova, di un mondo altro, di un abitare differente, ecco che rischiamo di diventare complici, di avvallare la valle oscura, senza soluzione di uscita. Invece, come ricorda Paolo, tutto possiamo in colui che ci da forza, vivendo in qualsiasi difficoltà e con qualsiasi difficoltà. La vita cristiana non è una vita comoda, non è una vita che può passare nell’indifferenza e nell’indolenza, ma è una vita che allena continuamente se stessa, che sbaglia anche, ma che sa rialzarsi. Per questo Paolo afferma: Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. È la capacità non di adattarsi alla valle oscura, ma di adattarsi nella valle oscura, di camminare anche quando tutto sembra invocare disperazione, anche quando tutti vorrebbero che ci girassimo dall’altra parte. Esattamente come quegli invitati alle nozze che, seppur consapevoli di essere invitati, si girano dall’altra parte, curandosi dei propri interessi. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Non solo c’è una indifferenza, ma quell’indifferenza permette anche l’omicidio, come se togliere una vita o darla fosse la stessa cosa. L’indifferenza è ciò che rischia di farci credere che tutto vada bene, che anche un genocidio e la costruzione di un resort sopra di esso possa passare come nulla dinanzi alla storia e dinanzi a Dio. Ma il Signore Gesù continua a chiamare alla festa di nozze, a quella festa che ci trae fuori dalle tenebre, che trasforma la casa e la vita in un luogo di luce, mentre fuori ci sono tenebre e stridore di denti. Quando il re entra alle nozze ecco che scorge una persona senza l’abito nuziale, una persona per cui la festa non è diversa dagli altri giorni. Quella persona viene rimandata fuori, nelle tenebre. Perché le tenebre sono il luogo dell’indifferenza, il luogo dove nulla vale e tutto ha un prezzo. Mentre noi siamo fatti per la luce, per una luce che porta a differenza, per una luce che è quella di Cristo risorto che ci fa dire ancora: Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.