Doppie migrazioni

Doppie migrazioni

15 Febbraio 2026 0 di Makovec

Riprendendo la nostra riflessione sulla Baraccopoli di Borgo-Mezzanone, l’ulteriore interesse che solletica la nostra riflessione è non solo il definire cittadini queste persone, ma riscoprire la definizione che viene data loro, ovvero migranti. Nell’articolo per il Post vengono riportate le parole di Maria Palmieri, coordinatrice del progetto Spartacus, che cerca di aiutare le persone delle baraccopoli pugliesi a trovare un lavoro regolare. Afferma Maria Palmieri: «In passato i migranti venivano qui in estate per raccogliere i pomodori e dormivano in baracche improvvisate, poi si spostavano in Calabria per i mandarini e le arance. Ora invece la gran parte di loro vive qui tutto l’anno e si costruisce una casa per stare meglio». Due affermazioni colgono la nostra attenzione. La prima, come già abbiamo affermato, che queste persone sono migranti. La categoria di migrante non è uno status giuridico ma dice molto di queste persone. Non solo della loro migrazione dall’Africa subsahariana in modo particolare, ma anche la loro migrazione nelle regioni italiane. Infatti, come molte fonti affermano, i migranti che girano per le nostre città non sono stanziali ma migranti per le differenti regioni. Una sorta di doppia migrazione che non riguarda tutte queste persone ma la maggior parte, le quali cercano di raggiungere situazioni economiche e paesi europei via via migliori. In altri termini, gli abitanti della Baraccopoli di Borgo Mezzanone sono persone categorizzate come migranti. Ma di una migrazione visibile sulla loro pelle e un’altra migrazione invisibile che riguarda il loro lavoro. Una prima migrazione che li vede soggetti a stigma sociale per il differente colore di pelle, per l’infocrazia a cui siamo soggetti, per le rappresentazioni mediatiche e sociali che abbiamo delle fasce più disagiate della popolazione. Una migrazione, dunque, visibile e identificabile attraverso mezzi di controllo, sicurezza e vigilanza. Un’altra migrazione, invece, invisibile che riguarda il loro lavoro fra la Puglia e la Calabria, fra le forme di schiavitù nella raccolta dei pomodori pugliesi e delle arance calabresi. Una forma di migrazione invisibile in quanto non soggetti di diritti, in quanto non ritenute persone ma schiacciate solo lo stigma del migrante, il quale viene a toglierci il lavoro, quel lavoro che in pochi o nessuno vorrebbe fare. Migranti che, da qualche anno, hanno messo dimora in mezzo a noi.