Abitare insieme

Abitare insieme

20 Dicembre 2025 0 di Makovec

Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24

Nella sua ultima pubblicazione, Il mondo c’è ancora. Città, territorio, ambiente, Ottavio Marzocca riparte dalle considerazioni di Hannah Arendt sulla alienazione dell’essere umano dal proprio territorio. Il passaggio alla modernità ci ha portato verso una contrazione del mondo, verso un processo di costruzione costante di infrastrutture e reti, le quali ci hanno reso estremamente mobili ma meno radicati in un territorio, meno consapevoli del valore dell’abitare o, meglio ancora, che il nostro stesso essere consiste nell’abitare. Siamo creature che abitano, che lasciano un segno, che hanno bisogno di un luogo, di un punto fermo nel procedere ad alta velocità. La contrazione del mondo, il villaggio globale, si rivela essere sempre più frutto di un ipercapitalismo che divora i territori, che scardina le nostre radici a favore di un mercato che estrae risorse dai territori e delocalizza capitali. In questa situazione di estrema velocità, mobilità, estrattività ci ritroviamo alienati dai luoghi e dalle relazioni umane che possiamo tessere e che costituiscono, in fin dei conti, il nostro abitare un luogo. Allora il libro di Ottavio Marzocca diviene grido di speranza: il mondo c’è ancora ed è fatto di quella prossimità al territorio che significa abitare i luoghi, scegliere di rimanere umani abitando i territori in cui siamo. Abitare che diviene benedizione del Signore, come ricorda il Salmo. Abitare il luogo sacro che è l’unico modo per purificare noi stessi, per ricordarci che siamo una comunità quando siamo radicati in un luogo e quando i territori diventano luoghi accoglienti. Quell’abitare che diviene richiesta di un segno da Dio, come afferma Isaia ad Acaz. Abitare significa lasciare dei segni e Isaia chiede questo ad Acaz, all’impavido Acaz, di lasciare un segno. Ma Acaz, con tutte le sue giustificazioni, preferisce lasciar perdere per non scomodare Dio. In quel momento, Isaia afferma che sarà Dio stesso a dare un segno al suo popolo, e il segno di Dio è che viene ad abitare in mezzo a noi. Un venire ad abitare in mezzo a noi che smuove gli equilibri, che scardina le certezze e la tranquillità. Perché quando Dio viene ad abitare in mezzo a noi, ci scomoda. Basta guardare già l’introduzione del Vangelo di questa domenica: Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Dopo la genealogia di Gesù, dopo tutta la storia della salvezza che Dio percorre con il su popolo, ecco che ci viene detta una cosa scabrosa, ovvero che Maria si trova incinta prima del matrimonio e che il figlio non è neanche di Giuseppe, suo sposo. Ancora oggi, in qualche paese, questo sarebbe ritenuto uno scandalo e Maria sarebbe stata lapidata se non fosse stato per Giuseppe, per quell’uomo grande e silenzioso, con il cuore spaccato nella decisione e che si affida ad un sogno. Un sogno in cui un angelo annuncia il Dio-con-noi, l’Emanuele. Sogno che diviene segno per la sua vita, per noi. Se Giuseppe non avesse creduto a quel sogno, se non avesse fatto obiezione di coscienza dinanzi ad una legge che parlava chiaro riguardo alle donne sospettate di adulterio, oggi non saremmo salvati, oggi forse non saremmo chiamati cristiani. Ma è questo l’abitare di Dio in mezzo a noi, questo scomodarci, rischiare, camminare, inciampare ed essere sostenuti dalla sua presenza, rialzarci e continuare. In questo consiste l’abitare e il vivere in una comunità. In quella comunità che abita un territorio, come ricorda Paolo nella sua Lettera ai Romani. Lui che è l’Apostolo che viaggia, che si scomoda per annunciare il Vangelo e che giunge addirittura a Roma e vi giunge da carcerato. Una comunità che abita nella città di Roma, già presente prima dell’arrivo di Paolo e a cui l’Apostolo porta quella promessa che si è realizzata in Cristo Gesù, colui che viene ad abitare in mezzo a noi. E abitando in mezzo a noi crea comunità, le dà forma, ci offre la sua forma perché nello Spirito possiamo ancora abitare i territori in cui siamo, da cristiani.