L’uomo di paglia
Ml 3,19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19
L’argomento dell’uomo di paglia è un espediente retorico che consiste nell’estremizzare le argomentazioni dell’avversario rendendo indimostrabile la discussione. L’espediente consiste nel sostituire all’argomento di cui si sta parlando, un argomento simile ma portato all’estremo, impossibile da controbattere. Si chiama argomento dell’uomo di paglia in quanto è un argomento fantoccio, capace di spostare l’attenzione della discussione. È il tipico argomento che ritroviamo nei talk-show o in alcune fuoriuscite politiche, capaci di fare notizia. Argomenti fantoccio che, nella profezia di Malachia, sono destinati a bruciare in fretta, nel giorno rovente come un forno. Un giorno particolare, in cui ogni giustificazione, ogni ansia e ogni distrazione verranno bruciate, giorno in cui rimarrà solo la nostra autenticità, quel timore del Signore che non ci spinge ad abbassare la testa ma ad alzarla, dinanzi al sole di giustizia. In queste domeniche in cui ci avviciniamo alla fine dell’anno liturgico, siamo chiamati a metterci dinanzi al giorno ultimo, a quel giorno differente da tutti gli altri giorni, in cui tutta la nostra superficialità e mediocrità verrà spazzata via, per far rimanere di noi la più profonda autenticità. Quel giorno rovente che spazzerà via tutte le nostre argomentazioni da uomo di paglia, per far risuonare l’essenziale della nostra vita e della nostra storia. Quella autenticità che incontriamo in Paolo, quella autenticità che emerge dal lavoro delle nostre mani, dall’assiduità di un impegno preso, dalla perseveranza e dalla propria autonomia. Paolo è testimone di autenticità e autonomia in mezzo alla comunità, affermando di aver lavorato egli stesso, tanto che sappiamo anche della sua professione di tessitore di tende. Di contro, Paolo afferma che tutti coloro che si muovono costantemente, senza far nulla e in continua agitazione, sono coloro che girano a vuoto, coloro che non risolvono mai nulla, pur sembrando fare molte e molte cose nella vita. Atteggiamenti che appartengono a ciascuno di noi, argomenti di distrazione che non ci permettono di scendere nell’essenzialità e che, alle volte, pensiamo possano servirci anche per non affrontare le questioni più profonde che ci abitano. È la serietà del vivere senza seriosità. Quella serietà di Gesù che afferma riguardo al tempio che non rimarrà pietra su pietra. L’incanto di tempi passati, l’incanto di apparenze estetiche, di fregi e di onori, di ghirigori e sghiribizzi, di ornamenti e onorificenze verrà tutto spazzato via, non esisterà pietra su pietra. Non è un atteggiamento pessimista, ma lo scendere nella profondità di una vita radicata in Dio, di una vita che vuole vivere all’altezza di Dio e per questo si interessa di ciò che avviene, dalle guerre alle rivoluzioni, dalle catastrofi ai fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Il nocciolo della vita di fede, dunque, sembra essere lo sguardo sociale e, addirittura politico, della vita. Non per un semplice interesse, ma per andare alla sostanza delle questioni, per incontrare Cristo, anche dopo tutti i fantasmi, i venditori di fumo, i guru e i santoni in cui possiamo inciampare. Una fede professata che ha anche delle ripercussioni, che vive la persecuzione non per le proprie convinzioni, ma per l’atteggiamento, il modo di guardare la realtà, le scelte che compiano. Gesù pone anche la persecuzione, pone anche il tradimento da parte dei parenti e dei degli amici più cari come possibilità di una vita autentica, di una vita che non si accontenta della mediocrità, che non vive di argomenti di paglia, che non vuole essere creare persone fantocce, uomini e donne di paglia. Ma persone autentiche, capaci di scrutare l’orizzonte sperando oltre ogni speranza.