Luce e giustizia nell’etica pubblica

Luce e giustizia nell’etica pubblica

7 Febbraio 2026 2 di Makovec

Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

L’ultima pubblicazione di Rocco d’Ambrosio è intitolata l’Etica stanca. Dialoghi sull’etica pubblica. Nella presentazione del suo libro d’Ambrosio ci ha permesso di entrare in un tema difficile e non riservato a pochi: la dimensione pubblica. In un dialogo con magistrati, docenti, dipendenti della pubblica amministrazione, sindaci, medici, attivisti, d’Ambrosio ha provato ad intessere una sorta di etica della dimensione pubblica. Ma che cosa intendiamo quando parliamo di pubblico? Per noi credenti, la dimensione pubblica è ciò che chiamiamo bene comune, fine e spazio verso cui tende ogni nostra azione. Concetto ribadito anche dalla Dottrina Sociale della Chiesa, che vede nel bene comune l’orizzonte di ogni nostra azione. Per cui non esiste una separazione fra il pubblico e il privato, ma una ripercussione e una mutua influenza dell’uno sull’altro. Lo spazio pubblico è ciò che riguarda anche la nostra vita privata, è ciò che viviamo appena messo fuori il piede di casa ma è anche ciò che entra dentro le nostre case. Così, rimanendo in ascolto della Parola di questa domenica, il pubblico è anche ciò che interpella la nostra fede. Un parallelismo forte e un intreccio indissolubile è posto, in questa domenica, fra la luce della fede e la giustizia pubblica. Vivere la fede significa praticare la giustizia, divenire luce per le altre persone. Non una luce che rimane nascosta sotto il tavolo o sotto il letto o sotto il moggio, ma che viene posta sul candelabro perché possa far luce a tutti. Così come non può restare nascosta una città sul monte, non solo perché in sé non può rimanere al buio, ma perché quella città diviene punto di riferimento anche per le persone che vogliono raggiungerla, per le persone che si orientano. Le città sopra il monte, funzionano un po’ come faro direzionale. Per questo motivo, la luce a cui siamo chiamati è una luce pubblica, una luce che entra nella dimensione pubblica e diviene stile di vita. Non possiamo dire di essere luce se non entriamo nella dimensione pubblica, se non ci inseriamo all’interno di una dimensione che è quella del bene comune. Anzi, il rischio è non solo quello di nasconderci, come luce, ma anche di perdere il sapore, come sale. Il pericolo che ci fa notare Gesù è proprio quello di perdere il sapore, che la nostra stessa fede non abbia più senso se perde questo sapore che offre un di più a tutti gli alimenti. Ed ecco come entrare nella dimensione pubblica: sciogliendoci nelle occupazioni quotidiane e dando un sapore differente ad una vita sciapa. Come ricordava Sorge, non bisogna trasformare il mondo in una immensa saliera, ma essere noi coloro che offrono sapore al mondo. In questa prospettiva, dunque, ciò che è importante è la pratica della giustizia. Di quella giustizia che si china verso le povertà, nella condivisione delle nostre risorse con chi è più povero e arranca nella vita. Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? E aggiunge Isaia, senza trascurare i parenti, perché spesso pensiamo di essere così buoni con gli altri da trascurare proprio coloro che vivono con noi, proprio coloro che abitano in casa nostra. Essere così buoni con le altre persone da trascurare e litigare proprio con coloro che abitano con noi. la dimensione pubblica della fede riguarda ogni nostra relazione, inficia ogni nostro legame, sia quando ne siamo consapevoli sia quando non riusciamo a cogliere tutto questo. E questo stile da vivere nella dimensione pubblica si caratterizza non con i discorsi retorici ma nell’etica e, come ricorda d’Ambrosio, nell’etica pubblica. Tanto che Paolo afferma di non essere giunto nella comunità di Corinto con discorsi sapienti ma con la potenza di Dio. Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Non è la retorica che crea lo spazio pubblico ma l’etica, il comportamento, la riflessione, lo stile di ciascuno di noi, quello stile che lega giustizia e luce, fede e impegno sociale. Perché non esiste una fede slegata dalla concretezza del reale, da ciò che avviene giorno dopo giorno. Non esiste una fede che non si lasci interrogare dal mondo e dalle persone come non esiste una fede che non sia testimonianza nel mondo. Una testimonianza che riguarda tutti, che cammina con tutti, che come ci ricorda il Salmo: Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti: misericordioso, pietoso e giusto, felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia.