La trappola del peccato
Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11
La sura 95 del Corano, detta anche la Sura del fico, afferma che tutti gli esseri umani sono stati creati nel modo migliore, ma poi ridotti all’infimo dell’abiezione. Un commento a questa sura afferma: Dopo la cacciata dal Giardino, l’uomo regredì ad uno stato molto lontano da quello in cui Allah (gloria a Lui l’Altissimo) lo aveva creato. Questa regressione potrebbe aver determinato persino delle modificazioni morfologiche. Certamente l’uomo non «discende dalle scimmie» ma può essere sceso al loro livello. La correlazione del versetto con quello successivo indica che questa regressione può avvenire anche per ragioni spirituali ed etiche e che fede e buon comportamento sono le sole maniere di evitarla. Il Corano, dunque, non afferma che l’essere umano discendi dalla scimmia, ma che si avvicina ad una situazione di peccato che lo rende simile agli animali, anche morfologicamente simile alla scimmia. Un commento che non vogliamo confutare, in questa sede, dal punto di vista scientifico, ma coglierne la dimensione spirituale per cui il peccato è ciò che deforma e abbruttisce l’essere umano. In questa prima domenica di Quaresima, infatti, ripartiamo dal peccato. Non inteso come singola azione che confessiamo nel Sacramento, ma come dinamica che è dentro di noi. Perché, come ci ricorda la liturgia della Parola, il peccato ha una sua logica interna e una dinamica spirituale che possiamo anche osservare al telescopio della Parola. Innanzitutto il peccato è la focalizzazione verso un oggetto, dimenticandoci di Dio. Questo avviene ad Eva, in dialogo con il serpente. Un dialogo estremamente raffinati e astuto, in cui dapprima leggiamo che Dio ha posto l’albero della vita al centro del giardino, per poi venire a scoprire che l’albero in mezzo al giardino è quello della conoscenza del bene e del male. Non perché ci sia un errore di composizione, ma perché il peccato ha reso quell’albero centrale e focale per Eva. Quell’albero che non sappiamo dove fosse, ma che diviene così importante per Eva e per Adamo da farli dimenticare che erano già creati ad immagine e somiglianza di Dio. Per cui non c’era nessun bisogno di essere come Dio, perché lo erano già. Per cui il peccato ci fa anche dimenticare come siamo, facendoci aprire gli occhi, solo dopo, scoprendo la nudità, ciò di cui prima non avevamo paura. Così, inizia quello stato di degrado dell’essere umano che si vergogna della propria nudità, si sente scoperto dinanzi all’altra persona, ha paura di Dio stesso che cammina nel giardino. L’apertura dello sguardo indica non una presa di coscienza ma una timidezza di sé stessi, una vergogna di come si è, a cosa si è giunti. È la consapevolezza di un degrado umano che non riguarda una singola persona, ma tutto il genere umano. Un rischio di decadenza dalla nostra stessa dignità che appartiene a tutti in quanto tutti siamo umani. È il nostro stesso essere umani che rischia, di volta in volta, di dimenticare, di decadere, di degradare. Da qui viene la consapevolezza di Paolo per cui a causa di una sola persona il peccato è entrato nel mondo, così come a causa di una sola persona siamo salvati, Gesù Cristo, di cui Adamo era figura. Per dire che il peccato non è solo una azione isolata, ma una rottura relazionale. Una rottura che coinvolge anche tutti gli altri esseri umani, per cui ogni azione peccaminosa è ciò che rompe la relazione con le altre persone, in nome di un individualismo e di una indifferenza esasperati ed esasperanti. Non è solo un raccontare i fatti miei, ma riconoscere che qualcosa dentro di noi si è rotto, che ci sono relazioni sfilacciate con cui abbiamo bisogno di riconciliarci, a somiglianza di Gesù. Perché è lui che ha vissuto le tentazioni, lui ha corso il rischio di un degrado umano se avesse acconsentito ad una sola delle tre tentazioni. Dimenticare chi si è, degradare se stessi, decadere delle relazioni sono tutte dinamiche che Gesù conosceva bene e che ha affrontano anche nel deserto, in quel deserto dove ha sentito fame, dove ha percepito il bisogno di mangiare ma anche dinanzi a quel bisogno si è sentito libero, non trasformando le pietre in pane. Come è stato libero anche quando ha sentito citare la Scrittura sul pinnacolo del Tempio oppure quando avrebbe potuto risolvere tutte le discordie del mondo diventando il grande potente, acquisendo potere sul mondo. Perché il peccato ha il fascino dell’immediato, di un bisogno espresso che rischia di schiacciarci, di un potere che, nelle nostre mani, potrebbe anche essere indirizzato al bene ma che, a poco a poco, ci corrode dentro. Ecco, allora, come il peccato sia vivere in una situazione di degrado, di mediocrità dove tutto diviene preda e consumo, fino al logorio, fino alla morte. Ed ecco perché il Miserere, il salmo 50, ancora ci invita a riconoscere il nostro peccato, a vivere quella autenticità che non tollera la mediocrità o le giustificazioni, per essere accompagnati dal Cristo che, nel deserto, ha conosciuto il peccato ma dinanzi al quale è rimasto libero.