La bellezza non necessaria

La bellezza non necessaria

24 Gennaio 2026 0 di Makovec

Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Nelle sue Cinque meditazioni sulla bellezza, François Cheng fa notare come la bellezza non sia necessaria o utile all’universo, eppure c’è. Un tramonto, un fenicottero che vola, un riflesso di luce, gli occhi di una ragazza non sono belli secondo una necessità o per una utilità, sono semplicemente belli. E noi ci fermiamo a contemplare tanta bellezza, in prima istanza proprio fermandoci. Dinanzi alla bellezza non ci sono scadenze, oltre quelle dei costumi o dell’impellenza del tempo che scorre. Se fosse per noi ci perderemmo nella bellezza, per quanto ne siamo affascinati e coinvolti. Eppure, la bellezza non è necessaria alla vita, non è necessario allo sviluppo della materia come neanche all’evoluzione. La bellezza c’è, esiste, nascosta e rivelata in tutto ciò che ci circonda e ci mette dinanzi all’enigma della realtà. Quella bellezza autentica, profonda, non mascherata e neanche truccata. Quella bellezza nuda che è enigma dentro di noi, intorno a noi, dinanzi a noi. Perché esiste la bellezza? Perché un qualcosa, una persona, un evento, un animale è bello? È l’enigma affascinante che ci portiamo dietro e che ci spinge a scegliere. Quell’enigma che, oggi, ci parla di Dio, ci aiuta a declinare Dio nella nostra vita e a sentirne la voce, l’eco di una chiamata lontana. Perché quella bellezza che ci interroga e ci interpella è la bellezza di Dio che nel salmo abbiamo riscoperto. Per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. La bellezza del santuario del Signore è la bellezza contemplata nella sua bontà. Contemplare la bellezza del Signore significa contemplare la sua bontà nella terra dei viventi, in tutto ciò che ci circonda. Quella bellezza che ci salva dalla morte, dalla paura, dal timore e dalla sofferenza. Non una bellezza appariscente, ma una bellezza quotidiana e non necessaria, come è la chiamata di Gesù di Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. Vengono chiamati da Gesù mentre si trova a Cafarnao. Vengono chiamati dai loro lavori quotidiani e Gesù dice loro che li renderà pescatori di uomini. Secondo necessità, ciò che viene pescato, è il pesce non gli uomini. Eppure, il fascino di quella chiamata, il brivido di una strada che li attende, hanno permesso loro di lasciare tutto e di seguire Gesù. Una bellezza che risplende lì dove c’è stata umiliazione come anche lì dove c’è divisione. Non una bellezza gelosa, non una proprietà privata di lusso, ma un modo di guardare il mondo che ci permette di esistere e resistere dinanzi all’umiliazione come dinanzi alla divisione. In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Ci sono ferite pregresse, storie difficili, momenti oscuri nella vita in cui ci siamo sentiti umiliati ma l’arrivo del Cristo è il segno di quella luce nuova, di quella luce che brilla dal Natale e che ci raggiunge ancora oggi nell’Ordinario. Una luce che è epifania di Dio, epifania di bellezza. Non una luce che contempliamo in maniera asettica, né una serie di lampadine che togliamo dopo Natale, ma una luce che ancora continua a risplendere e che in-segna i passi di Gesù, tanto che Matteo riprende esattamente questo brano nel suo vangelo. Ed è una luce che risplende lì nelle divisioni, risanandole. Perché la bellezza è il Cristo, questo Cristo che ancora chiama e che è morto per tutti noi. Questo Gesù che ha camminato in mezzo a noi prendendosi cura di tutti, credenti, non credenti, diversamente credenti, come ci ha ricordato il Vangelo. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Ed è lui la bellezza al punto che Paolo afferma che non ci possono essere divisioni fra di noi. Come non possiamo dire di appartenere ad una corrente o ad una parrocchia, a scapito dell’altra. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? La bellezza consiste nell’essere di Cristo, nell’essere Chiesa, assemblea convocata, non un gruppetto di fedelissimi o presunti tali al parroco di turno o al leader di un qualsiasi gruppo. Siamo di Cristo ed è questa la sola fede, il solo battesimo, la sola bellezza che ci rende liberi e forti. Una bellezza che non è necessaria, che non è utile, ma come Cristo, affasciante, coinvolgente, liberante.