Inventare le Americhe più straordinarie
Dopo essersi svegliati dal loro piccolo sonno alcolico, Carlobianchi e Doriano, possono ripartire alla ricerca dell’ultimo bicchiere. Quell’ultimo bicchiere che, nelle loro notti, non arriva mai, quell’ultimo bicchiere che li spinge, dinanzi ad una birra analcolica, a confessare il segreto della vita e a dirigersi a Venezia per incontrare Genio, fuggito in Venezuela molti anni prima, alle soglie della crisi industriale del Veneto e dopo essere stato scoperto a rubare dall’azienda in cui lavorava. Un bicchiere che non riusciranno mai a bere o, meglio, che berranno in continuazione in attesa del giorno successivo, di un mattino che tarda ancora ad arrivare. Un viaggio nella pianura che li condurrà verso Venezia e in cui si fermeranno in un locale a bere, dopo essere passati dall’autogrill e aver degustato quattro bottiglie ciascuno di birra analcolica. Un locale totalmente estraneo al contesto veneto. Infatti, è pieno di luci al led, musica folk americana, sale da biliardo, quadretti alle pareti e muri di fumo. Un classico locale folk, spesso agganciati a qualche motel, che incontriamo nella filmografia statunitense e che ci riporta alle immense route che attraversano il deserto. Un sogno americano sconfinato quanto le praterie, grande quanto la possibilità selvaggia e tecnologica di percorrere il mondo intero a bordo della propria auto. Quel sogno che Giorgio Gaber richiamava in Polli d’allevamento quando cantava: “Cari cari polli di allevamento, nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni. Innamorati dei colori accesi e delle grandi autostrade solitarie, dove si possono inventare le americhe più straordinarie. Con le mani sui grandissimi volanti, l’odore dell’incenso e tanta atmosfera, spingendo sull’acceleratore col vento tutto addosso, finché non scoppia il cuore. Tra un’allegria così forte e un bel senso di morte, uno strano dlin dlan”. L’invenzione delle americhe straordinarie in cui poter correre, in cui poter avere anche solo l’impressione di essere in un altro posto, dappertutto tranne che a fare i conti con la propria miseria, con il vuoto delle città di pianura. Poter essere altrove, sentire il rombo di un motore spinto a tutta velocità per cercare di fuggire alla banalità di un quotidiano che non ha più nulla da dire. Ecco, allora, la prima fermata di Doriano e Carlobianchi nell’attesa di un mattino che non arriva mentre il giorno dopo si fa già prossimo con le sue ore monotone e incalzanti. Un sogno americano che sembra svanire allo spuntare del sole, che non vorremmo mai abbandonare, che pervade di morfina le nostre città.
Caro Don, vedo che ritorni sul film (che diventerà Cult) Le città di Pianura_ Ti ha colpito_ Approfitto per segnalare la colonna sonora di Karko_ 7-8 tracce ascoltabili dal sito: Segnalo soprattutto: “Va pian” e, appunto “Meriche, Meriche”_ Consiglio in pendant: “Così è la vita” (Regia F:Milani) ambientato nella stupenda Sardegna (che non ha città di pianura ma montagne e coste azzurre), protagonista un sardo cocciuto che non cede alle lusinghe dei capitali del Continente.
Il mito dell’America e delle sue praterie ed autostrade senza fine su cui correre col vento tra i capelli e’ una trasposizione immaginifica di un istinto psicologico adolescenziale, un desiderio di fuga per insoddisfazione dei limiti del proprio intorno esistenziale.
Ogni generazione l’ha nutrito con fumetti, canzoni libri o film
Poi si cresce, si fanno esperienze e il sogno si sgonfia e rinsecca.
Non si può fuggire da se stessi e dal proprio destino. Occorre fermarsi per plasmarlo.