Contro i giustizieri
Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
Una figura che compare sempre più spesso fra gli eroi dei film è quella del Giustiziere. Ne abbiamo molti e molte serie tv, da Batman a Thomas Bareski della serie tv nominata Il giustiziere. Questa figura ha caratteristiche sempre e comunque simili, che si tratti di un supereroe o di un detective in pensione o di un semplice civile che subisce un torto o un trauma. In ogni modo e in ogni circostanza il giustiziere è colui che si fa giustizia da solo, che si arma contro i cattivi, dimentica ogni sentimento e ogni relazione sociale per compiere la sua missione. Una specie di reietto o di anti-eroe a cui non serve il riconoscimento pubblico ma solo e soltanto soddisfare la sua missione. Ma se il giustiziere è l’anti-eroe, possiamo riconoscere come questa logica del farsi giustizia da sé come anche dell’essere al di sopra delle regole e delle leggi, è esattamente il contrario del Cristo che stiamo aspettando, del Cristo che viene anche annunciato da Giovanni il Battista. Gesù non è un giustiziere che viene a punire le persone, come non è neanche una persona che rispetta ciecamente la legge e la fa piombare con la forza sulle persone. Il Cristo che attendiamo, il Cristo dei Vangeli, il Cristo della buona novella è il quel Gesù che non viene come un supereroe ma nella nostra umanità, in questo corpo, in questa carne mortale. Così, mentre noi aspettiamo spesso un giustiziere, mentre noi ci affidiamo a capi politici che cercano di fare giustizia sommaria, che vorrebbero rendere tutto sempre facile, ecco che Gesù giunge in un altro modo. Mentre il giustiziere è colui che da risposte facili a questioni complesse, come molta della politicante retorica contemporanea, Gesù è colui che pratica la giustizia, che rimane nella complessità. Quella complessità che sa cogliere i germogli di un mondo nuovo. Quella pratica della giustizia con cui cingersi i lombi, segno di un servizio quotidiano e costante. Quella giustizia che significa mettere pace in mezzo alle contese, lavorare costantemente per la pace, anche quando il nostro lavoro risulta invisibile e non eclatante. Lavorare per la pace in mezzo al lupo e all’agnello, in mezzo al leone e al capretto, come ricorda la profezia di Isaia. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Dove la giustizia non significa abbattere l’uno o l’altro, ma cercare percorsi di riavvicinamento, di dialogo, di riconciliazione. Se noi preferiamo una giustizia fatta di buoni e di cattivi, Cristo ci viene a raccontare un’altra forma di giustizia, quella giustizia che è capace di sopportare anche l’ingiustizia, di lavorare in mezzo alle contraddizioni e alle ingiustizie di questo mondo, consapevole che sempre sarà mancante di qualcosa. Una strada molto più difficile da percorrere e che spesso ci vede impotenti, ma che ci apre all’eternità, ad un modo e un mondo altro, di vedere e di pensare. Infatti, la giustizia di Gesù è quella che sorregge i poveri, quella del misero che non trova aiuto, di chi non sa dove andare a sbattere la testa. Si tratta di una giustizia che non è ancora misericordia ma ristabilire delle condizioni umane per tutte le persone. Quella giustizia che contagia e che fa fiorire altra giustizia, come ricorda il Salmo. Una giustizia che è fatta di consolazione e speranza, come ricorda Paolo. Consolazione e speranza che ci permette di sintonizzare la nostra vita su Gesù, di riassettare il cuore e resettare il cervello, quando serve, sull’umanità di Cristo. Una strada molto più difficile, come quella intrapresa da Giovanni Battista che inizia a gridare nel deserto. Non è una persona che rimane nel suo privilegio di essere figlio di una casta sacerdotale, ma si incammina verso il deserto, verso il luogo più profondo e più silenzioso in cui poter incontrare se stessi. Quel deserto che rende duri e la durezza di Giovanni si riversa proprio su quelle persone che credono di avere privilegi di salvezza, verso quelle persone che pensano di non aver bisogno di conversione perché sono già arrivate e già capaci, tanto da disprezzare gli altri. Ecco, allora, che i frutti degni di conversione, anche quando Giovanni li chiede in maniera dura sono quei frutti che ci fanno riconoscere poveri, che ci rendono consapevoli della nostra povertà e ci permette di raddrizzare i sentieri della nostra giustizia. Quei frutti che ci fanno accorgere che non basta credere in una nostra immagine di Dio, ma occorre, giorno dopo giorno, praticare la giustizia, al fianco dei poveri e dei miseri.