Attraversare la notte

Attraversare la notte

28 Marzo 2026 0 di Makovec

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Scientia crucis è una delle opere fondamentali di Edith Stein, filosofa carmelitana morta nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz. Si tratta di un dialogo in cui Stein si confronta con san Giovanni della Croce ma, ancora di più, con la sua notte oscura, così simile alla notte della Seconda Guerra Mondiale e dei campi di concentramento. Non è solo la notte della follia, non è semplicemente la notte della follia, ma è la notte in cui nulla ha più senso, in cui solo la sofferenza e il dolore sembrano circondare l’essere umano. La notte dell’impotenza, del tradimento, dell’abbandono. La notte di tutte le notti, la notte che ciascuno di noi vive. Non solo i tempi oscuri, un nuvoloso che sappiamo prima o poi passa, ma una notte che sembra non finire mai. Ma è questa notte che Edith Stein affronta, in un corpo a corpo con Giovanni della Croce. È la notte della scientia crucis, non un ambito teorico ma una filosofia pratica, una lanterna con cui affrontare il buio, per non cedere alla disperazione. Edith Stein ritrova questa lanterna nella croce del Cristo, in un Dio che non ha evitato la notte ma ne è sceso fin nelle profondità. Quel Dio di Gesù Cristo che si è lasciato inchiodare ad una croce, che ha detto: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”. Le sole parole che è stato in grado di dire, dopo un lungo silenzio che lo ha visto passare dal Getzemani nelle mani dei sommi sacerdoti, attraversando il tradimento dell’amico e discepolo. Un silenzio che lo vede giungere fin dinanzi a Pilato, alla colonna della fustigazione, agli insulti e al vilipendio della nudità. Un silenzio non solo di Dio ma un silenzio anche del Cristo dinanzi a tutta la sofferenza che il potere è in grado di provocargli. Un silenzio che riguarda anche noi nel momento in cui vorremmo che Dio parlasse ma questo non avviene. Quei momenti in cui gli eventi si abbattono su di noi e vorremmo semplicemente una Parola di conforto, ma questa non viene. Quella è la notte oscura, la notte in cui anche la fede vacilla, in cui anche il momento in cui attendevamo una risposta da Dio, questa non viene. Fino a morire, fino a giungere nel sepolcro, fino a fare esperienza della nostra completa impotenza dinanzi alle avversità. Perché la croce è l’impotenza massima, è la maledizione che non finisce, l’insulto dinanzi a cui se solo nudo e scoperto. Ma proprio qui si rivela la scientia crucis, nel momento in cui tutto di noi si accartoccia, in cui anche l’idea di Dio che avevamo si spegne, che nasce una consapevolezza nuova, nasce un modo nuovo di interrogarci, di purificare la fede stessa. Così, quelle facoltà agostiniane, richiamate da Giovanni della Croce, memoria, intelletto, volontà, divengono virtù teologali: fede, speranza, carità. L’esperienza di una salvezza che non proviene dalle mie forze, ma quando depongo tutto di me, quando mi abbandono, quando faccio esperienza della mia impotenza e tutto sembra andare via, tutto sembra svanire come un sogno. Quella è l’esperienza in cui la croce non è solo il patibolo ma il luogo massimo della rivelazione di Dio, quell’evento che anche i soldati, da pagani, riconoscono come l’essenziale, la manifestazione di Dio: Davvero costui era Figlio di Dio. Per come possono intenderlo, per come possono pensarlo, eppure in quel momento, quando tutto sembra finire, ecco che già nasce la resurrezione, già emerge un modo nuovo di guardare, un respiro rinnovato e che fa sedere le donne anche dinanzi al sepolcro, in attesa. Anche nella notte, rimanere lì. Dalla notte del Getzemani, fino alla notte del sepolcro, ogni nostra notte non è evitata, ma attraversata dal Cristo. Ogni lacrima versata nella notte riluce di quel Servo Sofferente che ha scelto di non tirarsi indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. La capacità di sapere di non rimanere confusi, di non soccombere neanche al non senso, che fino alla fine il privilegio non è essere come Dio, non è arrivare a Dio con le mie forze, ma scendere fin nelle profondità della notte, per poter rinascere di lì, perché è il percorso che ha vissuto Cristo Gesù. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre. È il grido “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”, parole di un lamento che continua nella notte e che ci vede accogliere Cristo con i ramoscelli d’ulivo non perché è tutto finito bene, ma perché ha attraversato le nostre notti, perché viviamo già oggi da persone risorte, in Cristo Risorto.