Pellegrini ospitali

Pellegrini ospitali

19 Luglio 2025 1 di Makovec

Gn 18,1-10a; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nel Quinto racconto del Pellegrino russo, il protagonista torna da un suo viaggio per incontrare nuovamente l’autore dei Racconti. Gli narra della sua intenzione di andare a Gerusalemme e di come, proprio mentre si trovava ad Odessa, ecco che è venuto a scoprire della morte del suo finanziatore, di colui che aveva organizzato il viaggio in nave. Il Pellegrino, allora, non sapendo cosa fare e come fare, sceglie di non salpare più verso Gerusalemme ma di dirigersi verso Kiev. Una delle tante vicende dei Racconti di un pellegrino russo, uno dei testi di spiritualità più importanti della Tradizione russa. Un racconto che ci dice anche il senso del pellegrinaggio e di come esso non sia una questione turistica. Il pellegrino non è il turista, anche quando visita gli stessi luoghi. Perché l’importanza del pellegrinaggio non è solo il luogo ma la disposizione d’animo, la spiritualità che si cela dietro la tradizione del pellegrinaggio. Perché il pellegrinaggio si nutre di una storia che scavalca i secoli, rivelandoci come Dio stesso si sia fatto pellegrino. La liturgia della Parola di domenica scorsa ci ha raccontato di come Dio si faccia prossimo con ciascuno di noi, mentre in questa domenica riscopriamo che Dio si fa pellegrino in mezzo a noi e rende la nostra stessa fede un pellegrinaggio, un cammino ecclesiale. Noi, infatti, siamo Chiesa pellegrina sulla terra, non turisti di posti da consumare. Siamo pellegrini in una terra che non ci appartiene e che attraversiamo nello spazio e nel tempo che ci viene concesso. Il pellegrino vive di precarietà, vive di questa precarietà che non riguarda l’ansia delle costrizioni sociali ma la libertà di incontrare le persone e di riconoscere in esse un frammento della rivelazione di Dio. Questo è ciò che ha fatto Abramo alle querce di Mamre, ospitando tre persone, tre viandanti, tre pellegrini come ci restituisce la Tradizione orientale. Tre pellegrini che consegnano ad Abramo una promessa nuova, una Parola nuova anche nel deserto di uno spazio e di un tempo in cui non ci attendiamo più nella, nell’ora più calda del giorno. Ed avere fede, per Abramo, non significa solo credere nella Parola del Signore che lo ha fatto uscire dalla sua terra e lo fa vivere come un pellegrino, ma praticare l’ospitalità, preparare da mangiare per questi tre pellegrini, ed ascoltare da loro la promessa di Dio. Così, accogliere la promessa di Dio, significa anche rimettersi in cammino, come ha fatto Paolo. Scrive alla comunità di Colossi di essere un ministro di Dio nella misura in cui quel Diosi è rivelato, quel mistero nascosto da secoli, si è manifestato e lo ha rimesso in cammino. Aver fede non significa solo prestare assenso a delle verità proposte, ma significa fare della propria vita un cammino di fede, un cammino che continua a germogliare, un cammino che scomoda e incontra, incrocia persone e ascolta la rivelazione di Dio. Ascolto e ospitalità vanno sempre e comunque insieme, ascolto e promessa dicono la rivelazione di Dio, in Cristo Gesù. Questo è il racconto di Marta e Maria, di una precarietà della vita che non cede alla programmazione totalitaria delle cose ma si mette in ascolto, si ferma e non tiene sempre conto del tempo o delle scadenze. Si tratta di fermarsi ad ascoltare, di fermarsi a tendere l’orecchio, di fermarsi qualche minuto ai piedi del Maestro per poi continuare a servire, per poi preparare l’ospitalità. E questo lo riviviamo ogni domenica anche nella celebrazione eucaristica dove prima ci fermiamo ad ascoltare e poi mangiamo insieme, senza farci distogliere da una cosa o dall’altra, dalle scadenze o da preparazioni improvvise. Accogliere la nostra esistenza come un pellegrinaggio significa riconoscere tutto questo, la precarietà, il gesto dell’accoglienza, una fede che diviene pratica di ascolto dello straniero, che si sofferma e respira, per abitare nella tenda del Signore.