La città, fronte di guerra
Qualche tempo fa si discuteva con un amico riguardo le guerre attuali, soprattutto quelle di cui abbiamo maggiore eco mediatico. Parlavamo della guerra in Ucraina e del genocidio in Palestina. Io facevo notare la mia preoccupazione per molti giovani, soprattutto dei nostri territori, che scelgono di arruolarsi nelle forze militari, in un clima di odio crescente, di surriscaldamento geopolitico, di riapertura degli armamenti. Ragazzi e ragazze che ricordano quella “carne da cannone” delle guerre del Novecento, giovani affascinati dall’onore o semplicemente in cerca di un posto sicuro nella società, che rischiano di essere spazzati via da una bomba, da un proiettile vagante, da un drone che precipita dal cielo. Il mio amico a cui avevo esposto queste preoccupazioni, afferma che in realtà, se siamo attenti alle notizie, le guerre a noi contemporanee non si combattono nelle trincee ma nelle città. Il cinema ci ha restituito delle guerre combattute nelle trincee, in luoghi isolati, in zone deserte o desertificate a causa dei bombardamenti. Eppure, se facciamo per un momento mente locale, ci possiamo accorgere di come la maggior parte delle immagini che provengono dalle zone di guerra interessino le città e non le trincee. Dalla guerra in Ucraina abbiamo imparato a conoscere il Donbass, Kiev, Mynsk, ovvero porzioni di territorio e città, ma abbiamo ricevuto poche immagini di trincee. Anzi, a queste immagini possiamo aggiungere anche quelle delle fosse comuni in cui sono stati sepolti migliaia di civili, come anche le immagini provenienti da Gaza in cui vengono uccisi indistintamente uomini, donne, bambini, giornalisti, medici e infermieri. Di soldati morti ne vediamo pochi, come anche è difficile metabolizzare le notizie sui militari uccisi mentre quelle sui civili rimbombano continuamente. Se guardassimo indietro, come suggerisce anche Paul Virilio, ci accorgeremmo che il passaggio dalla Prima alla Seconda Guerra mondiale è stato nel trasferimento del campo di battaglia dalle trincee alle città. La guerra contemporanea abita le città, si dispiega nei bombardamenti dei civili e non dei militari. Questo sia per una questione di economia, in quanto uccidere civili è più facile e più rapido in quanto non hanno a disposizione la tecnologia militare di difesa, sia perché i danni arrecati sono maggiori. Tutto questo rivela scenari apocalittici legati alle città, le quali non fanno solo i conti con il riscaldamento globale, con la grande affluenza di persone e di merci, come anche con la concentrazione della popolazione in grandi centri, ma faranno anche i conti con le guerre del futuro, se non poniamo fine a tutto questo. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, dunque, i campi di battaglia sono le città, dove il militare va incontro al civile inerme, dove l’arbitrio di un generale può produrre migliaia di morti innocenti. Per questo, paradossalmente, i militari sono quelli più al sicuro nel combattere le prossime guerre, mentre chi rischia maggiormente sono i civili. Per secoli lasciati al sicuro nelle case non toccate dalla guerra in quanto il fronte era lontano e che oggi rischiano di vedere la guerra piovere dall’alto, senza preavviso.
Credo che le guerre si combattano in ogni luogo. Il guerreggiare in campo aperto o in luoghi esterni e’ una prima forma di difesa per l’esercito che vuole difendere una città da una invasione.
Se si e’ costretti ad arretrare, o se si cede, le linee di resistenza si avvicinano piu’ alle città fino a divenire i pezzi di città stessa.
Quello che e’ ignobile e’ utilizzare azioni contro i civili per provocare indebolimenti psicologici nelle truppe e nei popoli avversari. Credo che questa metodologia di guerreggiare sia esistita in ogni tempo, data la congenita natura bestiale dell’uomo. La guerra di tutti i tempi e di tutti i luoghi cosa e’ se non il prevalere della natura animalesca umana che soffoca la scintilla divina che arde in lui?
Il bombardare le città e quindi i civili si è verificato dalla seconda guerra mondiale.i civili sono ormai un obiettivo fisso.Smettere con le guerre è l’ unica cosa possibile.Ma alle volte mo chiedo avverrà mai???
Una società che esalta la forza e che non condanna l’ uso delle armi anzi lo giustifica,fa si che scegliere di essere un soldato per mestiere diventa quasi un.motivo di orgoglio .un governo chi premia economicamente coloro che sono militari per mestiere e penalizza altri servitore della società come insegnanti e sanitari che stato è???