Diventare edicole

Diventare edicole

17 Ottobre 2026 0 di Makovec

Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

Nei giorni passati ho avuto il piacere e l’onore di partecipare ad “Arti, pensiero, comunità” organizzato dall’Ordine degli architetti della BAT nell’ambito dei Dialoghi di Trani. Un evento in cui hanno partecipato cinque scuole superiori di differenti città e i ragazzi e le ragazze di una di queste scuole hanno presentato un progetto dedicato alle edicole votive. Hanno mappato le edicole votive della loro città raccogliendo memoria, culto e tradizione. Una mappatura fatta di sacro, dialogo, radici e cammino, fino a far uscire la religione e la fede dalle stanze del tempio e delle chiese per giungere nella città, fra la quotidianità della gente. Tante persone che hanno attraversato le strade di quella città e che, forse, si sono fermati a guardare quelle edicole votive. Forse presi dai loro pensieri, forse anche preda di preoccupazioni o anche semplicemente in maniera distratta. Le edicole votive hanno questa funzione di soffermarsi e ripartire, di riprendere e camminare, di riflettere e contemplare una relazione che va ben oltre questa vita e che non è mai identica a se stessa. Le edicole sono lì, a ricordarci una cosa importante: che siamo immagine di quella immagine. Le effigi che incontriamo, da Gesù a Maria, dai santi protettori fino a qualche devozione particolare ci ricordano che noi siamo immagine di quella immagine, siamo somiglianti e vogliamo assomigliare a quella storia lì, a quella vita lì. Ecco perché le edicole votive sono un patrimonio da salvaguardare, in quanto ci ricordano che siamo immagine e somiglianza non del denaro o del potere ma di Dio stesso. questo è ciò che Gesù cerca di far comprendere a quei discepoli dei farisei e degli erodiani che vogliono coglierlo in fallo. Cercano un motivo, soprattutto politico, per far cadere Gesù, per coglierlo su qualche affermazione estremamente divisa all’epoca: essere pro o contro, senza accogliere e senza accettare la complessità della realtà: è lecito o no pagare il tributo a Cesare? La domanda è chiara, ma Gesù ci aiuta a scendere ancora più in profondità, a cogliere una maggiore particolarità nei confronti della questione. Non si tratta di pagare un tributo o meno, non si tratta di scendere a patti con un potere o con una dominazione straniera, ma guardare se stessi e il mondo con occhi rinnovati, con uno sguardo altro. Questa è la difficoltà a cui ci spinge Gesù, la sfida nel non essere seminatori di odio, ma riconoscere che siamo figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle di Cristo. In ogni parte del mondo, in ogni patria, in ogni avvenimento. Allora, la verità non è non guardare in faccia a nessuno, come dicono gli erodiani e i discepoli dei farisei. «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Anzi, la verità è proprio guardare il volto dell’altro e riconoscere in quel volto il volto stesso del Maestro. Annunciare una verità che tiene conto della storia, delle questioni, della complessità del mondo e non solo del mio piccolo o grande punto di vista. Una verità così complessa e variegata che il Signore non si turba minimamente nell’interpellare anche Ciro, il re di Persia, per compiere la sua volontà, per liberare Israele. E Isaia non ha paura nell’affermare che Ciro è mosso da Dio, nonostante egli sia un pagano, sia un potente, sia una persona che non ha nulla a che vedere con il popolo eletto. Nonostante tutto questo, Ciro è strumento nelle mani di Dio, sebbene non lo conosca. Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Allora, guardare alla complessità della realtà significa guardare al mondo intravedendo l’operato di Dio, anche in coloro che sono fuori dalla nostra cerchia, perché crediamo che anche in loro ci sia l’immagine e la somiglianza di Dio, perché riconosciamo che anche in loro opera lo Spirito ed è presente Cristo Gesù. Secondo questo sguardo, allora, ci riconosciamo famiglia di popoli: Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome. Portate offerte ed entrate nei suoi atri. Non un singolo popolo, ma tanti popoli, tante comunità che soffrono e sperano, che lottano e gioiscono nella fede, nella speranza e nella carità. Così risuona il monito e il compiacimento di Paolo, rivolto verso tutti: Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. E, così, divenendo noi edicola di Dio, piccolo tempio, riconosciamo la sua immagine e somiglianza in noi e nelle altre persone.