Una chiave ferita

Una chiave ferita

22 Agosto 2026 0 di Makovec

Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

C’è una scena del film Harry Potter e la pietra filosofale, dove Harry deve affrontare una prova per giungere a cogliere la pietra filosofale. In questa prova deve volare sulla scopa in mezzo a tante chiavi alate per trovare quella chiave giusta per aprire la porta e così entrare nella stanza successiva. Tante chiavi alate che, nel momento in cui Harry afferra la scopa per volare, ecco che si rivolgono a lui in maniera violenta. Lo inseguono, lo minacciano, lo circondano pur di non fargli prendere quella chiave giusta, chiave che, paradossalmente, ha un’ala ferita. Una chiave, solo una chiave, in grado di aprire quella porta, in mezzo a tante altre chiavi. Solitamente abbiamo interpretato le chiavi come segno di potere, una forza che da accesso. Invece, paradossalmente, nella scena del film, la chiave ha un’ala fiacca, una chiave ferita. È proprio qui il dramma di una chiave che implica la forza, il potere, l’autorità e la perdita di quella chiave, il fatto che altri possano acquisire le nostre chiavi, quelle che abbiamo posseduto da sempre. È il dramma di Sebna, il maggiordomo del palazzo descritto da Isaia e verso cui è rivolta la Parola del Signore. La chiave di Davide verrà posta su un’altra persona, su Eliakìm, figlio di Chelkìa. L’inaugurazione di una nuova condizione in cui qualcosa si perde pur di ritrovare, una ferita, un essere fiaccati per far nascere qualcosa di nuovo, un nuovo regno, una nuova discendenza. È questa la realtà dell’essere umili di cui racconta il Salmo, verso cui Dio volge l’ascolto e lo sguardo. Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano. Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani. Una chiave ferita, una chiave che dice l’opera delle mani di Dio in cui l’umiltà non è frutto della volontà di una persona ma della debolezza che riscopriamo negli eventi che viviamo, nelle situazioni della vita. Quando ci riscopriamo deboli è lì che emerge una chiave ferita che apre ad una nuova comprensione di Dio, ad una nuova realtà in cui siamo amati, rincorsi e ritrovati non perché siamo veloci e violenti, ma perché siamo deboli e feriti, fiaccati dalla vita e dalle situazioni. È in quel momento che riscopriamo di non essere Dio, di non essere i migliori, ma che esiste una conoscenza molto più profonda: la sapienza di Dio! Così Paolo parla alla comunità di Roma: Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. Ed ecco allora che le chiavi di Cristo nascono da un riconoscimento del Figlio ma non nel potere ma nella passione. È quella chiave che non riecheggia né carne né sangue, ma che rivela il Figlio dell’Uomo nella passione della croce, anche quando nessuno vorrebbe riconoscere questo passaggio. Infatti, esattamente dopo il riconoscimento di Pietro, ecco che Gesù parla della sua passione, crocifissione e morte. Ecco, allora, che le chiavi si rivela in una ferita che ci permette di riconoscere Gesù come Figlio dell’Uomo, oltre Elia, Geremia o addirittura il Battista o qualcuno dei profeti. Il riconoscimento pieno del Figlio avverrà nella debolezza e la chiave che viene data a Pietro, nel legare e nello sciogliere avviene nella debolezza, in quella debolezza che dischiude nuove relazioni e permette di annunciare il Vangelo.