Lasciatemi le ali
Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56
Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’altra vita, se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito, guardatevi nel cuore, l’avete già tradito. E voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. Queste sono le parole del Cirano di Francesco Guccini, recentemente scomparso. Parole dure ed eleganti, che si imprimono in modo particolare oggi, nella solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, nella mente e nel cuore. Perché Guccini non si è mai definito un credente, come possiamo ben notare, ma neanche un miscredente. Un cantautore ma soprattutto un intellettuale e un pensatore stanco delle chiacchiere di tanti preti e di tante cose dette senza sapere neanche di cosa si stesse parlando. Preti che vendono a tutti un’altra vita e che credono in un Dio che tradiscono già di loro. Perché tradiscono? Perché sostanzialmente non credono neanche loro a ciò che dicono e perché ciò che dicono non ha aderenza alla realtà, non sposa la concretezza della storia e degli eventi che accadono nella vita delle persone. Preti venditori che si contrappongono a materialisti dal chiodo fisso, che cercano verità grufolando per terra, accontentandosi di ghiande materiali. E neanche questi vanno a genio a Guccini, il quale consente a loro di trattenere le ghiande ma lui ha bisogno di ali. Perché neanche l’ammissione dell’inesistenza di Dio può saziare quel desiderio che abbiamo dentro. Ebbene, oggi, nella Solennità dell’Assunzione di Maria ci vogliamo mettere inserire, con Maria, in questa concretezza della fede che non si accontenta di un’altra vita e neanche cerca ghiande per terra, piccole consolazioni che possano farci campare alla men peggio. Oggi l’Assunzione ci ricorda che la cosa più stretta che abbiamo, l’essenziale della nostra umanità è avere le ali, che non è tutto qui, che non siamo fatti per le piccolezze e le meschinità ma la nostra chiamata è grande, è per l’eternità che si rivela già in questa carne, già nelle relazioni che viviamo oggi. Il Magnificat di Maria è un canto estremamente concreto che sorge da un gesto di esultanza, di Giovanni nel grembo di Elisabetta. È un canto che incontra le situazioni concrete della storia, che annuncia una liberazione lì dove altri avrebbero solo visto normalità e costrizione: Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Non sono lodi di grandezza del Signore semplicemente perché se ne sta appollaiato su un trono, ma è un canto di libertà, rivolto verso un Dio che intreccia la nostra storia, la nostra biografia, per quanto oscura possa essere. Ed è così che la Tradizione della Chiesa ci ha fatto incontrare la Donna vestita di sole in Maria. Quella donna che ha camminato, che è andata incontro ad Elisabetta, che ha cantato il Magnificat e che ritroviamo come discepola del Figlio fino alla croce, è quella donna vestita di sole che neanche nel Regno vive una esistenza beata e disincarnata, anzi. Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. E sempre sporta sul pericolo, sempre dinanzi ad una lotta, ad una danza con il drago che spalanca le fauci sotto di lei. Un immenso drago rosso capace di trascinare giù un terzo delle stelle e che è pronto sempre a divorare il Figlio. Un segno grandioso in cui Dio è rifugio, in cui Dio prepara un rifugio per la donna. Quello stesso rifugio che è la resurrezione di cui ci parla Paolo. Non solo la mèta finale, non solo l’altra vita da vendere o da svendere, come ricordava Guccini per i preti, ma un rifugio in cui ogni meschinità viene accolta, assunta e consolata dal Verbo. Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Forse possiamo pensare anche così la resurrezione: come un rifugio. Non come una semplice consolazione, ma come promessa che ha luogo nella nostra vita, promessa che ha fatto luogo in Maria, Assunta in Cielo. Promessa che intreccia anche la nostra vita, rifugio da ogni morte, memoria della nostra realtà che non si accontenta delle ghiande ma si nutre di ali.