Tanta umanità e poca ferocia

Tanta umanità e poca ferocia

2 Novembre 2026 0 di Makovec

Gb 19,1.23-27a; Sal 26; Rm 5,5-11; Gv 6,37-40

Nella sua canzone Come la musica elettronica, Caparezza scrive: Aumentano gli amici morti per davvero, non intendo che non pubblicano più sui social. Sono sempre più a mio agio dentro al cimitero, così tanta umanità, così poca ferocia. Non sono le lapidi a terrorizzarmi, ma reggere il dolore fino a che sopporto, la nostalgia che cresce dentro a peso morto, poi mi squarcia come fa un alieno xenomorfo. Quando fui ragazzo, mi sembrò di avere tutto il mondo sul mio palmo, adesso fantastico sull’ultimo atto, me ne andrò soffrendo, me ne andrò in un lampo, me ne andrò in un letto o sul palco? Ed oggi la celebrazione non si copre solo di un velo di tristezza ma di una pacificante malinconia. La Commemorazione dei fedeli defunti non è solo una meditazione sulla morte, l’unico elemento certo della nostra vita, ma anche il ricordo di una relazione differente con i nostri cari. Parenti e amici che veniamo ad incontrare al cimitero e che, forse, non abbiamo neanche mai incontrato di persona, ma nella morte e con la loro morte, abbiamo creato un nuovo legame. Ed è un legame circondato da un velo di malinconia, ma anche un legame pacificato con loro, un legame che non ha più nulla da perdere o da acquistare, ma è solo e soltanto un legame. È il racconto di chi siamo stati, l’eredità che abbiamo lasciato, le parole di fuoco che abbiamo inciso con stilo di ferro e che tratteggiano il nome di una persona. E quel nome ha un’eco profonda dentro di me. Quel desiderio di Giobbe di fissare le parole con stilo di ferro, oggi sono i nomi di tante e tante persone qui al cimitero. «Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia!». Lettere che si fissano e che, al contrario della precarietà della vita presente, dicono una storia tracciata insieme, vissuta insieme. Una storia di cui ricordiamo l’umanità, al di là di ogni ferocia. Ed è quella umanità che la morte ci dona. Una umanità che, come ricorda Giobbe, è scarnificata per vedere Dio e che lascia intravedere Dio. Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro. Questa umanità scarnificata è ciò che lasciamo dietro quel nome scritto in piombo, dietro la mestizia e la nostalgia di ciò che è stato. Allora, la malinconia non cede il passo alla disperazione e all’inerzia, ma ad un contatto profondo con l’altrui e la nostra umanità. La consapevolezza della morte ci aiuta a relativizzare molto, ci aiuta a comprendere quanto i nostri progetti, le nostre strategie, i nostri piccoli o grandi giochi di potere siano poca cosa e quanto conti lasciare una traccia di umanità, una goccia di umanità a chi verrà dopo di noi. La potenza della morte è in questa capacità di riconciliarci con noi stessi, con le altre persone e con Dio. Non la nostra morte, in primis, ma la morte del Cristo Gesù, nel quale ogni credente muore, giorno dopo giorno. A maggior ragione ora, giustificàti nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione. Paolo ci racconta di una morte che ci riconcilia ed è la morte del Cristo. Non la mia morte individuale, ma la morte di Gesù che ha fatto della sua morte un segno di riconciliazione profonda fra noi e lui, una relazione fondante ogni altra relazione. Ed è nella morte di Gesù che intravediamo anche la nostra morte, il nostro quotidiano morire, fino a giungere all’ultimo respiro. Ma quell’ultimo respiro, oggi, sappiamo che non spezza un legame ma lo trasforma, in un respiro rinnovato, in una eredità che lasciamo, in un retaggio frutto della testimonianza offerta giorno dopo giorno. La morte dice una nostalgia ma anche una trasformazione, dice una lontananza ma anche una consapevolezza, dice una mèta ma non una perdita. Perché mentre camminiamo in Cristo Gesù ci rendiamo conto di essere nelle sue mani, che nulla va perduto ma tutto rimane in attesa della resurrezione. Il fascino della morte non è l’orrido ma la trasformazione di un legame che da perdita diviene attesa, che da certezza si trasforma in conferma. Questa è la volontà del Padre, in Cristo Gesù, che nulla di noi vada perduto ma risuscitato nell’ultimo giorno. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.