Io sono il viaggio
Il primo avvenimento che voglio ricordare dei miei viaggi in treno da Bisceglie a Roma è la decisione di partire. In quest’anno, Caparezza ha pubblicato Orbit orbit, e ne Il viaggio esclama: “Io sono il viaggio, sono il bagaglio, sono il distacco, sono il traguardo”. Ebbene, il primo avvenimento di questi paesaggi attraversati è stato proprio lo scegliere di partire. Non significa solo salire su un treno ma reimpostare la vita intera. Tanti miei amici e amiche sono partiti in quest’anno e negli anni passati e ho sentito spesso questa sensazione di reimpostare la vita. Non di rinascere, il che dice sempre una situazione liberante, ma puntare verso un orizzonte non conosciuto, avvenimenti che ancora non si sanno. Spesso sappiamo la città dove approdare, la mèta ed anche cosa significhi quella mèta, ma non sappiamo cosa accadrà quando quella mèta ci attraverserà, cosa accadrà in quella mèta. È con il viaggio che inizia la paura, il timore di cosa sarà, l’ansia di trovarsi in solitudine e di non sapere cosa e dove andare, chi ci aspetta, che relazioni tesseremo, se riusciremo mai a tessere qualche relazione. La città di destinazione, allora, assume i contorni di un destino che reimposta la vita. Non un destino in senso di predeterminazione o premeditazione di ciò che avverrà, ma avvenimenti che rivelano la nostra destinazione e in cui la nostra destinazione rifonda l’esistenza stessa. Non un destino in termini di predeterminazione perché nasce da una libertà del viaggiare, da una scelta dell’intraprendere un viaggio e non un viaggio qualsiasi o un viaggio di piacere, ma un viaggio in cui l’io stesso viene messo fra parentesi, interrogato, ripensato. In quei viaggi in cui ci accorgiamo che io sono il viaggio la nostra esistenza si apre ad una percezione nuova del sé, ad una destinazione che si trasforma in destino perché la città ci attraversa, sia la città che lasciamo sia la città che incontriamo. Ed è una scelta che pesa, una scelta che ac-cade nella vita perché significa dare costantemente ragione del perché aver intrapreso un viaggio, del perché continuare a viaggiare, del perché allontanarsi e distaccarsi continuamente. Non è solo una questione di carrozza e posto a sedere, ma di coscienza, in cui come un treno sfidi il vento contrario e le tempeste di chi ha pensato altro per te, per giungere ad una mèta che non sai neanche se c’è.
Sempre profondo. È cmq è anche la sensazione di quando si viaggia non come turisti ma come viaggiatori dove l’incognita di scoprire pone qualche interrogativo incognito. Grazie don Matteo!
Se Pessoa ci ricorda che “soltanto l’estrema debolezza dell’immaginazione comporta che ci si debba muovere per sentire”, è indubbio che il viaggio offra in sé l’opportunità di avvertire quella condizione liminale che, indipendentemente dalla meta cui siamo destinati, ci chiede di liberare una metà di quello che siamo, per far spazio a quanto ci aspetta dall’altra parte del fiume. Per percepire poi quanto quello sgombero non comporti perdite, ma piuttosto la possibilità di riguardarci: magari di scoprirci. Nel doppio senso del toglierci di dosso coperture inutili e conoscere, almeno nel tratto che comporta il viaggio, qualcosa in più di noi stessi.