Cosa è una comunità?

Cosa è una comunità?

5 Settembre 2026 0 di Makovec

Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Una volta, un ministro straordinario che porta la comunione ad una signora anziana mi raccontava un episodio avvenuto. Questo ministro si presenta a casa della signora e la vede tutta agitata, in preda a forti grida e più testarda del solito. Il ministro chiede alla signora anziana se volesse fare la comunione e la signora accetta. Dopo la preghiera e la condivisione della comunione, ecco che la signora si acquieta e tutto quello che è successo sembra svanire. Ad una prima lettura ci vedremmo qualcosa di prodigioso, un perfetto racconto agiografico. Ma se ci pensiamo un po’ più in profondità riusciamo a scorgere il senso della comunione e della comunità. Molto spesso sentiamo dire e leggiamo della comunità. Soprattutto negli ambienti ecclesiali e alcune volte, sembra essere usata come arma a doppio taglio o semplicemente come qualcosa di ambiguo o vuoto. Di cosa parliamo, infatti, quando usiamo l’espressione comunione? Non parliamo di un blocco omogeneo di persone e neanche di un circolo di persone che condividono una certa visione del mondo o determinati valori. La Parola di Dio di questa domenica ci viene incontro non nella definizione ma nella espressione di come e cosa possa essere una comunità. Non si tratta un regime di persone ma di relazioni che intessiamo giorno dopo giorno, nella quotidianità. È la relazione di un ministro straordinario con gli ammalati che visita a nome della comunità. È un consiglio che delle persone possono dare anche al parroco di turno per fargli aprire gli occhi su determinate situazioni. È la correzione fraterna, possibile solo in una relazione profonda vissuta con l’altro. Infatti, il Vangelo di questa domenica affronta un tema estremamente delicato come quella della correzione fraterna. Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te. Riconoscere nell’altro innanzitutto un fratello che ha commesso una colpa contro di te, senza aspettare che sia lui a riconoscerla o chissà per quale segno prodigioso debba sapere di aver commesso qualcosa. E poi una serie di passaggi in cui si sottolinea la massima delicatezza, in cui l’altro viene preso per mano e, addirittura, anche lasciato libero di non riconoscere nessuna colpa. Perché dopo averlo detto alla comunità, se non vuole ascoltare, allora può essere ritenuto come un pubblicano o un pagano, cioè come qualcuno da tenere a distanza. Perché c’è anche la possibilità di un fallimento nella riconciliazione, un fallimento nell’essere comunità. Ma questo non dice il non provarci, il non essere sentinelle dell’altro e per l’altro. Così come ricorda il Signore al profeta Ezechiele: O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Non esiste l’indifferenza nella comunità, anzi la comunità si crea proprio quando scegliamo di non cedere all’indifferenza. La comunità si crea quando non solo crediamo in Dio ma crediamo in un Dio che ha a cuore il mio fratello e la mia sorella, quel mio prossimo che siede accanto a me, con cui frequentiamo gli stessi spazi e proviamo a credere nello stesso Dio. Questa è la comunione che si viene a creare nella relazione, in una qualità delle relazioni poste sotto l’unico adempimento e compimento della Legge: amare il prossimo come se stessi. Ci ricorda Paolo: Qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. Tutto il resto scorre, tutti i programmi pastorali passano, tutte le devozioni prima o poi verranno meno, tutte le statue e processioni rimarranno solo un lontano ricordo di tempi passati, ed anche i preti passano prima o poi. Ciò che rimane e dà senso al nostro credere è il compimento della Legge, quel compimento che è Cristo risorto, colui che ha amato il prossimo come se stesso, fino alla croce, fino alla resurrezione.