Fra lo sguardo e la solitudine

Fra lo sguardo e la solitudine

20 Giugno 2026 0 di Makovec

Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

Nel brano Giovanna d’Arco, Fabrizio de Andrè racconta la storia della Santa Pulzella d’Orleans che guidò il popolo francese contro l’esercito inglese. Una narrazione tradotta da Leonard Choen che in cui ritroviamo una donna stanca ormai di tutta la guerra vissuta e desiderosa di una vita nascosta, del lavoro di un tempo o qualcosa di bianco per nascondere questa mia vocazione al trionfo e al pianto. Una situazione che, oggi, ci aiuta a rileggere lo stesso stato d’animo di Geremia, il profeta del terrore all’intorno. Il profeta che guarda la guerra circondarlo ma, soprattutto, sperimenta la solitudine di un posto pubblico, di un riconoscimento del suo ruolo ma anche del tradimento anche delle persone più care. Perché il peso della responsabilità si misura in solitudine. Una condizione grave, una dimensione tragica della vita per cui il peso della libertà è proporzionato ad una responsabilità che ci vede sempre esposti al giudizio, anche altrui. Scendere in campo, rimboccarsi le maniche, prendere delle decisioni significa sempre misurarsi con il giudizio degli altri, soprattutto di chi non si muove, di chi me approfitta sempre per rimanere nelle retrovie, di chi aspetta semplicemente la nostra caduta. E la fede passa e sostiene anche questa dimensione della vita, aiutandoci a riconoscere che ciò che facciamo non è semplicemente bene o male, né giusto o ingiusto, ma sempre in una linea d’ombra di mancanza e perfezione, di coscienza e unicità. Ciò che davvero salva la Giovanna d’Arco di de André è la voce di uno sconosciuto che, pian piano, inizia ad avvolgerla di affetto, di comprensione, di compassione. E man mano che lui si scopre fuoco, lei doveva essere il legno. Così è Cristo Gesù in queste situazioni, dove ciò che ci fa paura è proprio il giudizio e il marchio che gli altri possono attaccarci addosso, il denudare i nostri fallimenti e mancanze. E se viene meno questo, se ci riscopriamo impotenti e se la nostra autorità si scontra con le nostre fragilità, allora ecco che si apre quel varco di grazia che Gesù è venuto a riempire. Perché il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. La caduta è spaventosa e vorticosa, il marchio a fuoco delle altre persone impietoso, il chiacchiericcio un fitto sottobosco di paure e solitudini. Ma il dono di grazia consiste nell’essere guardati per come siamo, con la stessa stima e con lo stesso affetto, sia nelle vittorie sia nelle sconfitte. Uno sguardo difficile da cogliere e raccogliere ma è quello sguardo che dice il nostro valere molto più di due passeri. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! È lo sguardo di Gesù, non lo sguardo di un uomo deluso dalla nostra vita, ma lo sguardo di una persona che va ben oltre la sua illusione nei nostri confronti, per guardare all’essenzialità, a come siamo e a come possiamo essere sia nelle conquiste sia quando veniamo conquistati. Questo è lo sguardo che non ci fa temere coloro che uccidono il corpo, coloro che ci giudicano o sono disposti a sostenerci fino a quando fa comodo o fino a quando facciamo i loro interessi o fino a quando siamo corretti. Questo è lo sguardo che ci permette di rivelare pienamente chi siamo, perché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. Ed è solo nella ricerca di quello sguardo che possiamo sopportare l’insulto e la vergogna mi copre la faccia; sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre. Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me. Uno sguardo che ama la nostra solitudine, ama il nostro stesso sguardo, come racconta Fabrizio de André.