Ostentare la modestia
Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
C’è un verso di Ti sorrido mentre affogo, dell’album Il sogno eretico di Caparezza che dice: ostentare la modestia è una cosa da superbi! Una frase detta in mezzo ad uno scroscio di rime e contraddizioni che, tuttavia, evidenzia una profonda realtà che ci guida nella riflessione sulla Parola di questa domenica: l’umiltà. Elemento difficile da decifrare, impossibile da ostentare, spesso esposto ad un giudizio. Come possiamo essere modesti/umili? Possiamo dire di noi stessi di essere umili? Da cosa si evince? L’umiltà è una dimensione estremamente complessa, pur richiamando ad una vita austera, ad un principio di nascondimento e di valutazione di sé. Altra questione da aggiungere all’umiltà è la confusione che ne facciamo con la scarsa considerazione di se stessi, come se valessimo meno degli altri, cosa che ha portato ad accumuli di frustrazione e rancore. Ma, allora, sono gli altri che dicono se sono umile o meno? Ma questo significa che siamo perennemente soggetti al giudizio degli altri? Che l’umiltà ha bisogno di essere ostentata, di essere vista in qualche modo se gli altri dicono che siamo umili. Ma torniamo, allora, al punto di partenza: da dove si vede l’umiltà? Se volessimo impegnarci in un cammino serio alla sequela di Cristo, allora potremmo dire che il metro della nostra umiltà è Cristo stesso. Per noi l’Umile è Cristo stesso, Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Così ricorda Zaccaria e così ci annuncia il Cristo che saliva a Gerusalemme proprio nell’umiltà di una cavalcatura, di una pace che non ha bisogno del giudizio degli altri. Infatti, è qui, sembra suggerirci Gesù stesso, il centro della vera umiltà, nella relazione che coltiviamo e viviamo con il Padre. L’umiltà si rivela in colui che porta la pace e che rende giustizia a Gerusalemme, alla città santa, perché è fondato nella relazione con il Padre, perché è in ascolto dello Spirito che abita in noi. Questo afferma Paolo quando scrive alla comunità di Roma. Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. È la relazione con Dio, radicata in Cristo e in ascolto dello Spirito, che ci rende umili. Non l’ostentazione della modestina che è una cosa da superbi, come neanche l’aspettare il giudizio degli altri o voler essere a tutti i costi capiti dagli altri. Un altro versetto di Ti sorrido mentre affogo, dice: Non mi interessa essere capito, mi interessa essere, capito? Questo interesse per essere noi stessi, per essere unico senza il bisogno di ostentare, senza il bisogno di una visibilità a tutti i costi dice una vita di fede che punta all’essenziale. Ed è qui il nucleo del Vangelo di questa domenica, la lode di Gesù per i piccoli. Non è la lode dell’ignoranza o della saccenza, ma un gioco fra la rivelazione e il nascondimento, la rivelazione del Padre a chi nella vita si nasconde, chi nella vita non ha bisogno di rivelare o, meglio, ostentare se stesso. E questa rivelazione è fondata in Cristo Gesù, perché: tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Ecco, allora, dove trovare la chiave di lettura della nostra umiltà, il metro di misura della nostra umiltà. Non nelle aspettative degli altri, come neanche nell’ostentazione di una chissà quale vita frustrata, ma nel seguire Cristo, puntando all’essenziale, a lui mite e umile di cuore, oltre ogni apparenza e apparizione.