Troia, la città che brucia
Troia è l’archetipo della città che brucia. La prima città che, nella notte dei tempi, brucia come sintomo di una conquista avvenuta, come anni di rabbia riversati in quella città. Ma bruciare una città non è solo segno di conquista, ma segna anche la fine di una civiltà. La simbolica della città che brucia dice la fine di un’epoca, di una cultura, di una popolazione. Non è solo l’appiccare il fuoco ad elementi urbani, ma porre simbolicamente fine ad una cultura, ad una popolazione, come se volesse veder scomparire, in maniera spettacolare, quel mondo. Bruciare la città segna la fine di un mondo, una fine che dice diaspora e dispersione, dalle cui ceneri sorgeranno altri mondi. L’Odissea di Nolan calca in maniera efficace ed efficiente proprio questa tematica. Se la Troia del poema omerico viene semplicemente distrutta e data alle fiamme, nella trasposizione del cinema ritroviamo spesso Ulisse che ripensa alla distruzione di Troia, a quella città data alle fiamme. Perché per lui indica la fine di una civiltà di cui egli è il diretto responsabile. E ne è il diretto responsabile proprio perché entra nella città attraverso uno stratagemma, una astuzia che ha delle pesantissime ripercussioni. Infatti, lo stratagemma del Cavallo nasconde il tradimento verso la sacralità del dono, verso gli dèi, segnando di fatto una empietà. L’astuzia di Ulisse si basa sul tradimento rispetto alla sacralità della città stessa. Infatti, il Cavallo è un dono per Atena, un dono votivo che si rivela essere il luogo del tradimento. Significa, in qualche modo, minare alla base la civiltà stessa, il cui prodotto è, appunto, la città in fiamme. Non solo Troia ma, come ci permette di intravedere Nolan, lo stratagemma del Cavallo segna la fine della civiltà stessa, dell’epoca del bronzo, dell’eroismo fino alla morte a favore dell’astuzia, dello stratagemma, della dissacrazione pur di raggiungere il proprio scopo. È il passaggio da un sistema condiviso di valori che fonda una comunità e una civiltà con una simbolica del sacro, alla strategia politica, l’inganno, il calcolo e il dominio sulla fortuna di macchiavelliana memoria. È questo il peso che Ulisse porta sulla coscienza e che non gli permette di giungere a casa, sospeso fra l’intenzione di voler tornare e il dirigersi sempre più in là, sempre oltre. L’Odissea di Nolan sarà sempre accompagnata da questo evento che segna un trauma non solo nella vita dei troiani, ma nella vita di Ulisse stesso, in una decapitazione della divinità che dice un passaggio politico dalla civiltà micenea ai tempi oscuri del medievo ellenico, dove i popoli del mare che giungono a distruggere sono gli stessi che hanno costruito la grande civiltà.
Sì, per quanto siano molte le scelte per me deludenti nel film di Nolan, insieme alla indubbia qualità tecnica, insieme all’insistito valore dell’ospitalità da garantire allo straniero ad ogni rischio, quello che sottolinei è il pilastro che sostiene il senso di quest’opera, superando in qualche modo altre pur preziose interpretazioni e cogliendo l’essenza di quella civiltà che per duemila anni si è interrogata su questo dramma, su questo “tradimento”, mettendolo al centro del suo stesso valore. Quel cavallo spiaggiato, come la Statua della Libertà nel Pianeta delle Scimmie, evoca da subito questo peso, unito al sacrificio del giovane custode e dei guerrieri schiacciati, sudati, spaventati dal ruolo oltre che dall’angusto nascondiglio. Sì, la statua decollata di Atena equilibra la fragilità della sua rappresentazione e forse l’assenza di quel “Nessuno”, trova un senso nell’esigenza di perseguire questo piccolo grande obiettivo, riducendosi a peccato veniale 🙂