Tutto si muove

Tutto si muove

23 Maggio 2026 0 di Makovec

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Quando siamo innamorati, tutto diventa vivo. C’è una parte del monologo di Roberto Benigni del film La tigre e la neve, in cui afferma: “Se non vi innamorate è tutto morto, quando vi innamorate diventa tutto vivo, si muove tutto!”. La realtà è la stessa, è sempre quella, è sempre e comunque formata dagli stessi avvenimenti. Il problema non è la realtà, il problema è come guardiamo la realtà. Se la guardiamo con lo sguardo ripetitivo e stanco, di chi ammira solo le proprie frustrazioni e le macerie degli altri, oppure di chi guarda il mondo con gli occhi dell’innamorato. Quello sguardo che vede lo stesso mondo degli altri, ma come una realtà viva, con uno sguardo che spazia lontano, proteso verso un orizzonte che non è detto che sarà migliore di oggi, ma che avrà la sua consistenza e preziosità. Quello sguardo dell’innamorato che assapora lo Spirito Santo, perché lo Spirito è l’amore fra il Padre e il Figlio. Parola fin troppo spesso abusata, amore, è la capacità di avvertire l’eterno dietro il contingente, l’infinito non altrove, ma dentro il finito stesso, il qui che apre all’altrove. È un’arte difficile perché ingovernabile, un’arte che coinvolge e stravolge la vita, ma è quell’arte che mi permette di cogliere le opere di Dio, con quello sguardo che ha il salmista. Quelle opere che non dicono che Dio fa tante cose, come fosse un iperattivo o ricevesse meriti per le tante cose che fa. Le opere di Dio sono colte nella molteplicità di una vita che ci circonda, di una vita che non è mai monotona o semplice polvere. Ma una vita che apprezza, una vita che si dipana, una vita che si protende verso l’altro e verso l’alto. Una vita che respira e fa del respiro non un semplice quantitativo ma una qualità che riscopre l’Eterno. Quello Spirito d’amore che fa di tutto per farsi comprendere dall’altro. Non ha la presunzione che l’altro parli la mia lingua, ma si esprime nel linguaggio dell’altro. La Pentecoste che vivono i discepoli è nell’esprimersi nel linguaggio dell’altro, non pretendere che l’altro capisca il tuo linguaggio. Errore ricorrente, soprattutto in molti preti che pretendono di essere compresi da un mondo che non parla la loro lingua o, peggio, pensano di essere compresi soltanto perché si esprimono come tutti gli altri. Lo Spirito fa entrare nel linguaggio dell’altro, per farsi comprendere, per portare l’annuncio del Vangelo, il rischio di un amore ferito che ha fatto delle ferite stesse un nuovo alito di vita, un nuovo respiro, un dono per i discepoli che non erano neanche presenti nella sofferenza e nel patire di Cristo. Quel Soffio di Gesù sui suoi discepoli, immeritato e inconsapevole, forse. Quel Soffio che proviene direttamente dalla Pasqua di Gesù e che ha aperto la via verso Cristo stesso. Lo Spirito non sostituisce Gesù, come se l’uno scacciasse l’altro, ma ci apre ad un respiro nuovo, ad una compagnia nuova, ad un vedere anche nell’altro un fratello e una sorella. Proprio in quella persona che ha mille difetti, che non riesce, che non segue noi, che non appartiene alla mia cerchia, proprio in quelle persone intravedere un fratello e una sorella, in un Respiro nuovo. Allora comprendiamo come lo Spirito non ci rende dei preconfezionati, un cristianesimo omologato e omologante, ma come dallo Spirito provenga la diversità stessa del nostro essere Chiesa. Una diversità che, come ricorda Paolo, è sempre indirizzata verso il bene comune. È lì il criterio di verifica della nostra diversità, dell’origine delle nostre vocazioni e carismi: se sono per il bene comune o solo una proprietà privata, solo un nostro capriccio o una nostra brama di poter essere qualcuno o qualcosa nella vita. Così fino a quando saremo diversi e collaboreremo tutti per il bene comune, ci potremo riconoscere Chiesa al lavoro nel mondo, animati e vivificati dallo Spirito Santo.