Antenor e le città abbandonate
Quante volte ci è capitato di trovarci di fronte a un muro, quante volte abbiam picchiato, quante volte subito duro, quante cose nate per sbaglio, quanti sbagli nati per caso, quante volte l’orizzonte non va oltre il nostro naso, quante volte ci sembra piana, mentre sotto gioca d’azzardo, questa vita che ci birilla come bocce da biliardo, questa cosa che non sappiamo, questo conto senza gli osti, questo gioco da giocare fino in fondo a tutti i costi. La conclusione di Antenor, forse, ci riporta dinanzi ad un’altra città. Questa volta non una città inventata o nemmeno una città storica o neanche una città reale, ma una città che sbatte dinanzi ad un muro e che si chiama vita. Lui si chiamava Antenor e niente, si chiamava Antenòr e basta perchè per certa gente non importa grado o casta, importa come vivi, ma forse neanche quello, importa se sai usare bene il laccio od il coltello. Mentre attraversa strade e praterie solitarie, lune pseudo romantiche e paesaggi a cui non fa neanche caso ecco che si imbatte in uno sconosciuto che lo sfida a duello per una donna. Lui non ha mai sentito il nome della donna, o forse lo ha dimenticato. Sa solo che la sfida è reale, che danza col coltello fino ad uccidere il suo avversario, puntò il ferro contro il viso, vide il sangue zampillare. Tutto si riduce ad una manciata di secondi e la vita di Antenor cambia. Si ritrova omicida e fuggiasco per strade che non conosce, finendo per schiantarsi contro un muro che è la sua città, la crudezza della realtà. Ed è il simbolo del muro che ancora accende la curiosità perché non sappiamo se siamo al di dentro della nostra città o, ormai fuori da essa. Sbattere contro un muro significa rintracciare quel confine della realtà che ci fa accorgere che siamo fuori, che abbiamo ecceduto il confine stesso, che forse siamo ancora dentro o ormai inesorabilmente fuori dalla nostra città, da quella interiorità che avevamo imparato ad abitare e che, come per Antenor, non ci facciamo più neanche caso. Finisce la dimensione romantica, il quotidiano sembra essere privo di poesia, fino a quando non sbattiamo contro un muro e quella città fatta di piccole cose e di coordinate banali e precise tuttavia viene a mancare, viene a cadere. Allora occorre fuggire, in una nostalgia per ciò che è stato e che non tornerà, perché noi stessi non torneremo mai identici a prima. Non saremo mai più come il ricordo che hanno gli altri, come tratteggiati nei ricordi dei nostri amici e parenti, perché siamo andati via, la strada ci cambia fino a diventare compagni dell’Ebreo errante o del Batavo maledetto. Una vita che gioca d’azzardo, in cui basta un nulla per rischiare tutto, perdersi e impiegare anni ed anni per ritrovare se stessi, per ritrovare le mura di quella città che avevamo abbandonato.
E alla fine non è detto che quella città riusciamo a ritrovarla per davvero.
Una bella riflessione, grazie don Matteo.
Una canzone parente di ” Avventura a Durango” di Dylan tradotta da De Andre’