Uno sguardo

Uno sguardo

2 Maggio 2026 0 di Makovec

At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Nella chiesa di Santo Stefano Protomartire, in Trinitapoli, c’è un affresco, sulla volta, dedicato al martirio di Stefano. Un affresco centrale nella chiesa, preceduto dall’accusa a Stefano e seguito dalla glorificazione di Stefano nei cieli. La peculiarità di questo affresco è lo sguardo di Stefano, un momento prima di essere lapidato. È lo stesso sguardo che ritroviamo nella sua glorificazione, nell’affresco successivo. La stessa postura, come se cambiasse semplicemente il fondo su cui è costruita la scena, ma Stefano rimanesse lo stesso. Quasi a dire che, anche prima della lapidazione, anche nel momento più oscuro e difficile, ecco che Stefano ha già dinanzi la visione, quell’aprirsi dei cieli che leggiamo nell’episodio del suo martirio. Stefano ha già dinanzi a sé la contemplazione di Dio, per questo è un uomo pieno di fede e di Spirito Santo. Non perché è certo di qualcosa, ma perché nel suo sguardo c’è una contemplazione differente, un modo diverso di guardare la realtà. Quel modo che abbiamo ascoltato nel Salmo, che rende bella la lode e riempie d’amore la terra. Perché la pienezza non è data dalle tante cose che abbiamo, ma dal significato che offriamo ad ogni cosa che ci circonda. L’amore è pienezza e abbondanza di senso nella vita. E quell’abbondanza diviene disponibilità a mettersi a servizio delle altre persone. Anche nella nostra pastorale, noi non peschiamo dal tempo che rimane, dalla feccia delle nostre esistenze, altrimenti costruiamo solo abusi e mancanze. Noi peschiamo dall’abbondanza e occorre sempre vigilare che quell’abbondanza non venga meno, non si spenga. Così Stefano, come tutti gli altri che vengono scelti in mezzo ai discepoli, ha dinanzi a sé una visione differente della realtà e quella visione lo spinge a mettersi a servizio anche delle altre vedove, di ogni persona fragile e povera della comunità. Le sette persone che vengono scelte, dunque, non sono persone a cui viene addossato un compito, ma persone che, nella fede vivono la loro disponibilità alla comunità, persone che contribuiscono al servizio degli altri per come sono e per come possono. In questo modo, il bene si moltiplica e vengono aggiunte sempre nuove persone alla comunità. Quella comunità che ha Gesù come pietra angolare, come ricorda spesso Pietro nell’annuncio pasquale. Gesù è la pietra d’angolo, quella pietra che è stata motivo di scandalo anche per Pietro stesso, tanto da rinnegarlo. Quella pietra d’angolo che ha fatto di Pietro il senso della sua vita, tanto da costruire, insieme con gli altri discepoli, la comunità. Una comunità che ha bisogno di essere fondata sul Cristo Risorto, di avere nello sguardo il Cristo Risorto, di mettersi a disposizione perché vede il Cristo Risorto e nel Cristo vede il Padre. L’unico modo per costruire davvero una comunità cristiana è seguire Cristo: via, verità e vita. Affermazione che sembra banale, eppure che spesso dimentichiamo anche nelle nostre comunità cristiane, facendo emergere non più l’abbondanza, ma la stanchezza, la frustrazione, la ripetizione sterile di cose già fatte e dette. Ricordare che Gesù è la via, la verità e la vita significa avere negli occhi quello stesso sguardo che ci permette di guardare il Padre, di dirigerci verso il Padre, di vivere nello Spirito. Un po’ come quell’affresco di Stefano che guarda i cieli anche mentre sta per giungere la pietra, che contempla la bellezza del Signore anche dinanzi alle difficoltà. Perché quella bellezza ha dato senso alla vita, quella bellezza ha dato senso ad ogni suo gesto, quella bellezza lo rende bello. In quest’ottica, allora, possiamo comprendere anche le parole di Gesù quando dice che nella casa del Padre vi sono molte dimore, e che lui prepara il nostro posto. La quotidianità è puntare verso quel luogo che Gesù sta preparando per noi, verso quella dimora che non viene meno, quel luogo in cui vediamo il Padre nello sguardo del Figlio.