Spinaceto? Pensavo peggio…
In una scena di Cario Diario, il regista e protagonista del film Nanni Moretti si dirige verso Spinaceto, una periferia romana situata a sud-ovest. Una periferia di recente costruzione che, tuttavia, come suggerisce Nanni Moretti, viene utilizzata come sinonimo di degrado o di poca importanza. Inoltre, Nanni Moretti afferma di aver letto di un soggetto cinematografico che racconta di un ragazzo che vuole evadere da Spinaceto, che vuole andar via da quella maledetta periferia. È il gioco difficile della periferia di Spinaceto come di tutte le periferie che costellano non solo le città ma anche il nostro immaginario. Le periferie, infatti, sono da sempre un luogo degradato e degradante, fatto di anonimato, di stereotipi e di pregiudizi. È ciò che racconta Alessandro Melis nel suo Periferia e pregiudizio quando annota che le periferie nascono come elemento funzionale alla città, come piani di edilizia in funzione del centro, entrate nell’immaginario collettivo non come possibilità abitativa ma come zona di dimora notturna per coloro che lavorano in altri punti di interesse della città. Le periferie, dunque, si costruiscono non solo con mattoni e cemento ma con idea residenziale monofunzionale e deterministica, mentre le altre funzioni dell’essere umano si svolgono altrove, nel centro e non nelle periferie. E per uscire, dunque, da questo empasse di pregiudizi sulle periferie, Melis spinge verso una dimensione transdisciplinare, capace di guardare alle periferie con un approccio olistico, analizzando differenti bisogni e non solo quello residenziale.[1]
Pregiudizi, dunque, che sembrano nascere da una visione della città di sole case come ricorda Umberto Cao.[2] Una città in cui riteniamo che il privilegio lo abbiano solo le case e le abitazioni mentre le strade, i negozi, i monumenti, le piazze e, soprattutto il verde, pensiamo siano solo un orpello, un qualcosa di aggiunto. In questo modo si sono venute a costituire le periferie con tutti i loro pregiudizi, con tutto il carico di povertà che si portano dietro, le quali non sono date solo da questioni economiche, ma da una umanità che si va impoverendo sempre di più. Ricordiamo come molte periferie non sono abitate dalle fasce più povere della popolazione, ma come ci siano periferie abitate anche dalla medio-piccola borghesia. Tuttavia, anche in queste zone possiamo riscontrare delle povertà che non riguardano la penuria di mezzi quanto un approccio monofunzionale, monodirezionale e monotono alla vita, in una città fatta solo di case e che non racconta più nessuna forma di appartenenza ad un popolo, ad una comunità. In un libretto, intitolato appunto Spinaceto? Pensavo peggio…, Piero Ostillio Rossi fa notare come il problema delle zone 167, della maggior parte delle periferie per come le conosciamo è proprio il loro essere zone di Edilizia Residenziale Pubblica, con estreme difficoltà nell’approntare i servizi necessari alle forme residenziali.[3]
[1] Cfr. A. Melis, Periferia e pregiudizio, Bordeaux Edizioni, Roma 2021.
[2] Cfr. U. Cao, Una città solo di case, Bordeaux Edizioni, Roma 2021.
[3] Cfr. P. O. Rossi, Spinaceto? Pensavo peggio…, Bordeaux Edizioni, Roma 2021.