Riti fra teatralizzazione e spettacolarizzazione

Riti fra teatralizzazione e spettacolarizzazione

10 Maggio 2026 0 di Makovec

La sfida maggiore che, nella mia singolare e personale esperienza, mi sembra rintracciare fra munus e riti è l’essere all’interno di quella che Guy Debord chiama Società dello spettacolo. Dal momento che ogni rito si carica di una forte estetizzazione, di una complessa struttura scenica, di una macchina appariscente, come anche di una forte carica emotiva e psicologica, la domanda che emerge è: c’è differenza fra rito e spettacolo? Se guardassimo all’antica Grecia, il rito è da sempre una forma di spettacolo, tanto che le tragedie nascono come sacre rappresentazioni in onore di Dioniso. Rappresentazioni che, come già Aristotele sottolinea, servono a sviluppare una forte carica emotiva che ha bisogno di essere rotta, attraverso la catarsi. I riti portano sempre con sé una teatralizzazione che occorre a caricare il partecipante di un messaggio veicolato a livello emotivo, su cui spingere una ulteriore riflessione. Ma se questo binomio fra rito e teatro è antico quanto la città stessa, la questione si fa più pregnante nell’epoca dell’alta visibilità, nell’era dell’immagine e dell’estetizzazione della vita. In altri termini, il pericolo come anche la sfida è fare i conti con una dimensione estetica che svuota di contenuto il rito in nome di una performance. Qui i confini fra teatralizzazione del rito e spettacolarizzazione del rito si fanno più labili e, al tempo stesso, più interessanti. Perché se è vero che il rito porta sempre con sé una macchina teatrale fatta, nel caso delle processioni, di statue, vestiti, segni, suoni, silenzi, gerarchie, dall’altra parte è anche vero che tutta questa dimensione è percepita in termini di spettacolo dove il tutto si consuma all’interno di una semplice parvenza estetica, senza più una ulteriore riflessione collettiva, cittadina e urbana. Per cui, se la dimensione rituale non offre più significato alla città, in quanto vissuta solo come ripetizione annuale di un qualcosa di già visto, che senso ha ancora? Qui si gioca una sfida che appartiene sia al mondo dei credenti i quali si trovano dinanzi ad una situazione estremamente complessa in cui la preghiera, la meditazione e la ricerca di significato sembrano in qualche modo collassare dentro la spettacolarizzazione dell’evento, sia per i non credenti i quali dinanzi a questi riti, in diverse maniere, hanno un loro pensiero e offrono una loro interpretazione. Un elemento comunque permane ovvero che la spettacolarizzazione dei riti sembra essere sempre più inevitabile, non solo per il momento storico in cui ci troviamo ma anche per la loro complessa struttura teatrale. La dialettica rimane aperta e la sfida ancora in corso fra la cornice e il contenuto, il messaggio e il mezzo, l’estetica e l’etica dei riti.