Prossimità e provocazioni sul parrocato
Nella definizione di prossimità sociale, assume rilievo quasi obbligatorio una prima riflessione sul parroco. Chi è questa figura? Un uomo, celibe, che dopo un periodo di formazione, ha iniziato il suo ministero all’interno di una parrocchia, con una auspicata gradualità, ovvero passando prima da vice-parroco a parroco, in seguito. Tuttavia, l’essere parroco assume una speciale connotazione di volta in volta a seconda delle prospettive da cui lo si guarda. Iniziando da una dimensione sacrale, il parroco è colui che amministra i sacramenti all’interno di una parrocchia, è colui che cura e accompagna la vita di fede dei credenti e così via. Dal punto di vista pastorale è colui che coordina le varie realtà pastorali presenti in parrocchia, sperando che attui non solo una collaborazione ma una vera e propria corresponsabilità pastorale. Ma, provando a leggerlo al di fuori di questi contesti, del parroco cosa rimane? Sicuramente nel corso dei secoli, il parroco ha sempre ricevuto un riconoscimento pubblico al di là delle sue doti umane. È stato, nel corso dei secoli e anche nella nostra storia recente, un personaggio pubblico degno di rispetto da parte delle istituzioni ma anche dei cittadini comuni. Crediamo, infatti, che questo riconoscimento pubblico sia stato anche uno dei fattori che ha contribuito e che ancora oggi può contribuire ad un incremento delle vocazioni. Il parroco, in maniera più o meno irrisoria, fa parte di quella costellazione di personaggi pubblici che ottengono un riconoscimento, come il sindaco, come il carabiniere, come il farmacista o il notaio. Un riconoscimento dato dal ruolo più che dalle doti personali che appartiene ad una dimensione sociale quasi del tutto scomparsa nelle città, nelle grandi metropoli, e che resiste ancora negli anfratti dei paesi. Un piccolo mondo antico dove il parroco riceveva onore e rispetto per la sua figura sacrale. Ecco perché, oggi, l’avanzare della secolarizzazione, l’aumento di complessità del reale, il venir meno di una società a base contadina che si professava cristiana, hanno messo in crisi e continuano a mettere in crisi la figura sacrale del parroco. E con la crisi della sacralità del parroco, anche gli uomini che si celano dietro di esso, entrano in una crisi profonda con le sue mille sfumature: dal conservatorismo ad oltranza fino al godimento della vita rilanciata soprattutto sui social, passando dal tentativo di essere guida delle coscienze anche se con poca competenza in materia. Dal punto di vista sociale e giuridico, il parroco è l’amministratore dell’ente parrocchia con personalità giuridica, il che significa che molto del suo lavoro consiste nel far quadrare i conti, nella manutenzione dei locali parrocchiali, nell’organizzazione di attività che riflettono il calendario pastorale. Da, oltre tutte queste dimensioni che riguardano la gestione amministrativa della parrocchia, oltre lo smantellamento del ruolo sacrale della sua figura all’interno della società, il parroco a che serve? Oltre ad amministrare i sacramenti e i beni della parrocchia, che funzione e che senso ha nella società contemporanea? Si potrebbe esaminare la sua figura all’esterno del contesto pastorale? C’è una differenza fra la sua vita, il riconoscimento pubblico che riceve, il suo lavoro? Si potrebbe quantificare o valutare il lavoro di un parroco? Con quali metodi? Domande difficili e non esaustive le quali emergono in un contesto sociale in cui il prete è sempre più visto come appartenente ad una casta di casti, secondo l’espressione di Marco Marzano. Una casta di intoccabili, nulla facenti, potenzialmente pedofili, ipocritamente omofobi, di cui poco si conosce, soprattutto della loro vita privata, di quando tutti i riflettori della vita pubblica si spengono. E si vive sospesi fra una civiltà che credevamo potesse darci un riconoscimento pubblico e una società contemporanea iperspecializzata in cui il parroco sembra essere solo un residuo di un piccolo mondo antico, prossimo a scomparire.
Caro Matteo, la tua provocazione sul “riconoscimento pubblico del parroco” e’ una analisi che ha innegabili fondamenti.
Manca solo del punto di vista del parrocchiano.
Io parrocchiano e credente ho bisogno vitale del parroco.
Ho bisogno della guida spirituale che mi aiuti alla comprensione e all’ascolto della Parola, ho bisogno del catalizzatore di una comunita’ , dell’educatore alla comunità, del promotore dei miei sentimenti verso il prossimo e dell’azione verso il prossimo nel servizio.
Ho bisogno di chi mi aiuti a fare esperienza di Dio e a rimuovere la timidezza nel darne testimonianza, in tempi scettici ed agnostici in cui la risposta che ricevi e’ il ludibrio, la presa in giro, la commiserazione (le vie contemporanee della persecuzione)
Potrei ancora elencarti tamti bisogni ma quel che conta e’ la loro natura l: sono, come già scritto, bisogni vitali.
Cioe’ la nostra vita, non fisica ma essenziale, dipende dal soddisfacimento di quei bisogni attraverso a relazione col parroco, la mediazione del parroco. Parroco e parrocchiano vivono di complementarieta’ , sono organi simmetrici , reciprocamente indispensabili capaci di produrre, insieme, il miracolo gioioso di un respiro o di un battito cardiaco.
Quel respiro, quel battito sono la presenza di Cristo tra loro.
Non so se questo possa considerarsi ” riconoscimento pubblico” certamente e’ un riconoscersi figli del Padre seguaci di Gesù.
In un mondo razionale e agnostico l’incontro parroco-parrocchiano produce lo sconvolgimento dell’incomprensibile.