La Certa
Qo 1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21
Mi hanno dato tanti appellativi, ma tu chiamami La Certa. Tanti nomi e tante paure si nascondono dietro La Certa, nome scelto da Caparezza per indicare la morte, la sola cosa certa della vita. Eppure, nonostante tutte le nostre angosce e paure, Caparezza ci fa notare come La Certa è ciò che davvero ci spinge a vivere, la sola certezza della nostra vita che ci fa comprendere come questa vita non è un bene illimitato, come tutto quello che abbiamo non è nel pieno delle nostre facoltà, come non possiamo neanche allungare per un singolo giorno la nostra stessa vita. La Certa, la morte, è ciò che ci consente di alzarci al mattino e di puntare all’essenziale, con la certezza che non ci saremo più, un giorno. Ed anche tutto quello che siamo oggi, tutto quello che presumiamo di noi, altro non è che vanità delle vanità. Così, mentre tutto questo potrebbe spingerci verso un baratro di pessimismo e angoscia per cui non vale la pena far nulla, la Liturgia della Parola di oggi, ci spinge a cercare e ricercare l’essenziale della nostra vita. Chi sono io davvero? Cosa voglio lasciare di me agli altri? Cosa sto facendo per rendere questo mondo un posto migliore? Tutto il resto, dalla nostra carriera ai meriti, dalle ricompense al potere che possiamo avere, tutto è vanita di vanità. La Tradizione spirituale della Chiesa ha fatto sempre grande tesoro di questo incipit di Qoelet, per cui tutto è hevel, fumo, vapore, fuffa, aria, inconsistenza, vanità. Tutti i nostri sforzi per sembrare delle persone più o meno rispettabili o onorabili, per sembrare eternamente giovani, in realtà sono fumo dinanzi agli anni che passano, dinanzi agli eventi che ci circondano, a tutto ciò che rimarrà dopo di noi. ed è la morte che va a braccetto con la vanità o, meglio, la vanità è la consapevolezza della morte, la consapevolezza che nulla rimane di ciò che abbiamo conquistato se non l’essenziale, un frammento di eternità che possiamo portare su questa terra e per cui vale ancora la pena gioire e godere. Tutto il resto è solo la tragica commedia di chi pensa di valere qualcosa e misura il suo valore in potere. E la paradossalità del nostro Dio è che, in Gesù Cristo, si rivela esattamente nella nostra morte, come ci ha ricordato Paolo. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Noi siamo morti e la nostra vita è nascosta con Cristo, per cui il cammino di fede non è un evitare la morte ma fare della morte la condizione di umanità che ci caratterizza, quella umanità che non ha paura di morire e che vive già oggi all’altezza della resurrezione, all’altezza di quel Cristo che è morto e risorto per noi. Per questo, Paolo continua affermando che non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, non ci sono più differenze legate alle convenzioni sociali, legate a movimenti, appartenenze, club esclusivi e via dicendo, perché siamo tutti in Cristo. Ed è una morte liberante, un morire che racconta già della resurrezione e la resurrezione indica una liberazione non solo da tutto ciò che non è essenziale ma una libertà di essere autenticamente se stessi e di essere visti per come siamo e non per come gli altri ci vorrebbero. È quella libertà di chi non ha più nulla da perdere perché è pienamente se stesso, di quelle persone che sono le più pericolose al mondo perché non sono corruttibili, non sono manipolabili, in quanto hanno già tutto e quel tutto è Cristo. Quelle persone che fanno di Dio un rifugio di generazione in generazione, quelle persone che non hanno paura degli altri e che non pensano ad accumulare solo per sé, quelle persone che non vedono nell’altro qualcuno che viene a toglierli qualcosa. Quelle persone che, come Gesù, camminano in mezzo a noi e ci risvegliano dal torpore delle nostre meschinità. Ecco, infatti, da dove parte quella parabola di Gesù. Dinanzi ad un uomo che vede in suo fratello un nemico per questioni di eredità, Gesù afferma con decisione: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Per quanto possa esserci abbondanza, la nostra vita non dipende da ciò che possediamo perché nella Certa non possiamo portare nulla con noi. Anzi, la Certa è colei che giunge anche quando pensi di poter stare tranquillo, di poter continuare ad estrasse, ammassare, espanderti, accumulare per te senza arricchirti presso Dio, ovvero senza porre un seme nuovo intorno a te. Una forma delirante che va oltre la condizione umana, oltre il nostro essere mortali, pensando di poter bastare a noi stessi. Invece, tutto lasciamo qui, tutto è vanità, tutto di polverizza nella Certa, mentre ciò che rimane in noi è quel seme di vita eterna che dice il nostro essere di Cristo, cristiani.