Il peccato di Sodoma

Il peccato di Sodoma

26 Luglio 2025 1 di Makovec

Gn 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Una, per fortuna, vecchia tradizione esegetica biblica ha letto il peccato di Sodoma come riferimento all’omosessualità. Oggi l’esegesi ci spinge a guardare al peccato di Sodoma in termini ben più complessi che quelli del rapporto con persone dello stesso sesso. Il peccato di Sodoma, infatti, non è legato all’omosessualità ma all’episodio che vede coinvolti due angeli ospitati in casa di Lot e di cui la gente di Sodoma vuole abusare. Il peccato di Sodoma è, dunque, un peccato ben più grande che riguarda la violenza, la violazione della carne dell’ospite, lo sfruttamento e l’oppressione di una intera città nei confronti di un singolo individuo, del forestiero e dello straniero. Questo è un peccato ancora più grave nella Scrittura, un peccato a cui neanche il Signore sembra riuscire a credere. Tanto che il peccato di Sodoma è troppo grande che il Signore scende per rendersene conto di persona. In questo consiste lo scandalo del peccato di Sodoma, di una depravazione generale, di una violenza sistemica e di una anestetica dinanzi a tutto questo. Come anche utilizziamo, oggi, il termine gomorrismo per dire una generale situazione di corruzione, di degrado e di mafiosità che alberga anche nelle nostre città. Sodoma e Gomorra sono specchio di una situazione diffusa e ancora, per certi versi attuale. Ma, nella loro attualità, ci dicono che è ancora possibile la giustizia, l’essere giusti dinanzi al Signore, come Abramo. Un uomo che non conosceva nessuno in quelle città, tranne Lot, e che comunque sceglie di mettersi dalla parte dei giusti che possono essere ancora presenti in quella città. ed è qui lo spartiacque fra una situazione generale di degrado e l’essere giusti, il luogo in cui si gioca la Parola di Dio di oggi. L’essere giusti non in mezzo ad altri giusti, il che riesce sempre abbastanza facile, ma l’essere giusti in un mondo profondamente ingiusto. Questo è molto più difficile. Il non piegarsi alle logiche dello sfruttamento e dell’oppressione, scegliere di non approfittare delle perdite dell’altro per arricchirsi, di non abusare quando nessuno guarda, questo significa essere giusti. Ed è possibile essere giusti sia da credenti sia da non credenti. Questo è un altro meraviglioso scandalo della nostra fede, che ci sono anche dei giusti non credenti e nel loro essere giusti sono persone che incontriamo e che rinfrancano il nostro cammino. Per noi, invece, che ci professiamo credenti, il nostro essere giusti ha come fondamenti l’essere alla presenza di Dio, di quel Dio che ci rende giusti. Anche dinanzi a Sodoma, leggiamo come Abramo sia alla presenza di Dio e con Dio giochi a ribasso, alla scoperta dei giusti di Sodoma. E così facendo diventa lui un giusto, non solo avendo fede in Dio, ma chiedendo a Dio, insistendo, passando da cinquanta a dieci. Ed in questo suo insistere ritroviamo la preghiera del giusto, quel nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto che abbiamo proclamato nel Salmo. Quella preghiera che man mano giunge a consapevolezza della presenza di Dio, del poter dialogare con Dio, del non fermarsi semplicemente alle apparenze o ad una certezza della fede, ma ad una pratica della fede che significa vivere in maniera alternativa, secondo colui che ha inchiodato alla croce la nostra condanna. Infatti, noi non siamo giusti perché siamo bravi ma siamo giusti perché siamo stati salvati dalla croce di Cristo, perché tutte le ingiustizie e le oppressioni che potevano commettere sono state inchiodate alla croce da Cristo stesso. Tutto ciò che di noi avrebbe potuto raccontare il peccato di Sodoma, il piegarci e l’approfittare delle ingiustizie, è stato inchiodato alla croce da Cristo stesso, come ci ha raccontato Paolo. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Per questo la nostra professione di fede è anche un vivere da persone giuste, anche controcorrente rispetto a ciò che gli altri dicono e fanno. Una professione di fede che ha nella preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato il suo fondamento, il suo stile, il chiedere al Padre nostro il nostro pane quotidiano fatto anche di insistenza, di ricerca, di riconciliazione, di un cercare per trovare, di un bussare per farsi aprire, di una gioiosa invadenza che non giudica l’altro ma che chiede per un bene più grande, per creare ancora comunione. Paradossalmente, è l’invadenza di chi si presenta a mezzanotte per chiedere del pane ad un ospite, uno dei gesti più sacri del mondo antico, piuttosto che violentarlo come hanno chiesto i cittadini di Sodoma. Quella dolce invadenza che crea comunione e che ancora racconta il nostro essere giusti non solo agli occhi del Signore ma accompagnati dal Cristo stesso, che si fa ospite e pellegrino in mezzo a noi.