E fu la notte

E fu la notte

3 Aprile 2026 0 di Makovec

Gv 18,1-19,42

Una notte sempre più notte. E fu la notte la notte per noi, notte profonda sul nostro amore. E fu la fine, di tutto per noi, resta il passato e niente di più. Ma se ti dico non t’amo più sono sicuro di non dire il vero. E fu la notte, la notte per noi, buio e silenzio son scesi su noi. Così, Fu la notte di Fabrizio de André. La notte profonda su un amore sbocciato nella luna di miele dell’Eucarestia. Una notte che ha preso il cuore di Giuda, così come ha attraversato la professione di fede di Pietro in un rinnegamento palese e dichiarato. Una notte profonda che scende per amare ma anche una notte profonda che scava dentro, che entra con il suo freddo fin dentro le ossa. È la notte del Getsemani, la notte dell’infarto che diviene preghiera. È la notte che non si esaurisce con l’alba perché nell’alba della Parasceve c’è chi accusa, chi si ritrae, chi grida alla crocifissione, chi preferisce una punizione esemplare come la flagellazione. Una notte in pieno giorno, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, quando il sole è più alto nel cielo. È il momento del grande sconvolgimento, della perdita di senso, del vuoto che rivela la pienezza dell’amore, della croce su cui emettere lo Spirito, la kenosi e la Pentecoste al tempo stesso. è il momento del potere su Gesù, di coloro che pretendono di avere potere su di lui, di coloro che prima osannano e poi crocifiggono. È la notte in cui rimanere in silenzio, la notte in cui non si comprende più dove sia la verità, il momento in cui la verità è solo la persona che rimane nella notte, solo il Cristo che dinanzi a quella notte non si lascia scandalizzare, non si lascia sopraffare. È la notte di ogni persona, la notte cieca della disperazione, il buio che si infittisce e che dalla croce grida ad un Dio che abbandona. Non un Dio che schioda dalla croce, ma un Dio che abbandona il Figlio nella completa nudità e impotenza. È il momento più buio della storia, di ogni nostra storia. È la notte della fine, della nostra fine come anche della nostra finitudine. È la notte della fine di tutto, dove il tutto di Dio ha la sua fine sulla croce, dove ciò che pensavamo essere tutto per noi si trasforma in una fine dove rimangono solo le ceneri del passato, le ceneri di un niente che non ha più neanche valore. Ma è questa notte in cui l’amore non finisce, nonostante tutto. In cui, come ricorda de André, anche dire di non amare risulta impossibile, perché c’è una scintilla conficcata nell’amore, un patibolo che diviene il punto nodale da cui tutto l’amore pende e dipende. La notte in cui non c’è molto da chiarire o giustificare, ma in cui l’amore e la verità combaciano. La notte dell’impotenza anche nel sole che splende, la notte dell’impotenza che affina la sensibilità, la notte dell’invisibilità e della fuga dalla sovraesposizione. La notte del Venerdì Santo dove la morte si conficca sulla croce, e quella croce diviene perno dell’amore. La notte del Venerdì Santo, la notte della Parasceve, in cui si prepara il Cristo, l’Agnello della Pasqua.