Dall’invisibile al visibile: questo è il sogno
Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 1,9b-10.12-17; Lc 14,25-33
Il 28 agosto del 1963 a Washington, il pastore battista Martin Luther King pronuncia il suo celebre discorso I have a dream. È il discorso più celebre della storia del Novecento, ma ancora di più è il discorso che ha lasciato un segno nella lotta per i diritti degli afroamericani. In un momento in cui la schiavitù era ritenuta un fatto normale, nel momento in cui si credeva davvero che i bianchi fossero superiori ai neri, come anche gli uomini alle donne, ci sono state persone, cristiani e pastori, credenti e credibili, che hanno iniziato a dire che tutto questo non era possibile, non era umano. hanno iniziato a pensare che la normalità di certe scelte, la normalità di certe posizioni, la normalità di certe violenze non fosse possibile in una società umana e civile. Ecco, allora, che Martin Luther King è uno di questi uomini, credenti, cristiani credibili che hanno pagato con il sangue quella ricerca della Sapienza che si rivela nella concretezza della vita, nelle pieghe della storia. Lì dove la normalità sembra essere ciò che non cambia mai e non cambierà mai, Martin Luther King come anche tutti i grandi uomini e le grandi donne del Novecento, hanno iniziato ad immaginare un mondo nuovo, un mondo profondamente rinnovato. Questa è la sapienza del Signore, il rendere visibile ciò che ancora è invisibile, il non accontentarsi del tutto qui, di ciò che vediamo e del si è sempre fatto così. Anche se oggi il cammino di liberazione dalle disparità razziali, di genere, ma anche nei confronti dei disabili e delle fasce più svantaggiate della popolazione sembra essere ancora lungo, questo cammino è stato possibile grazie a persone che hanno pagato con la vita la possibilità di un mondo più giusto, di un mondo più equo, la possibilità di ritrovarci come fratelli e sorelle in questo mondo. Questo è stato I have a dream come è ancora quel discorso, segno di una profezia che ci permette di andare oltre i timidi ragionamenti degli esseri umani, per scorgere il segno della presenza di Dio, della sua Sapienza. Di quella Sapienza che si rivela, come suggerisce Paolo, nella fraternità e non nella schiavitù. Quando Paolo rimanda Onesimo dal suo padrone, compie un qualcosa che prima non era pensabile. Lo rimanda infatti come fratello nel Signore e non come schiavo, in un mondo dove la schiavitù era una prassi normale, in un mondo dove era impossibile pensare che il padrone e lo schiavo potessero chiamarsi fratelli. Invece, proprio Paolo esorta nel dire: Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso. Riavere per sempre non uno schiavo destinato a perire, ma un amico che dura per sempre, accogliendolo come un altro Paolo. Questa è la capacità di intravedere ciò che ancora non è visibile, ciò che è oltre la normalità, oltre ciò che pensiamo non possa mai cambiare. In un processo dall’invisibile al visibile che ci permette di comprendere le parole di Gesù sul discepolato: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». Parole dure e difficili da comprendere come anche facilmente travisabili quando pensiamo che amare Gesù significhi disprezzare le persone. In realtà quell’amore di Cristo è ciò che ha spinto Martin Luther King a prendere la croce del suo tempo, della schiavitù e del razzismo nei confronti della gente nera, e a dare la vita, amando Cristo fino a lasciare moglie, figli, fratelli e così via. Non significa disprezzare le persone, ma riconoscere come il cammino di discepolato sia nel prendere la croce per portarla verso ciò che ancora non è, fare una scelta nella vita che è significa anche perdere altro. In situazioni e attraverso passi concreti, come colui che si siede per costruire una torre, come chi va incontro ad un esercito senza possibilità di vittoria. In situazioni concrete, in processi storici, in fatti che succedono intorno a noi, lavorando con le nostre mani, chiedendo al Signore di rendere salda l’opera delle nostre mani. Perché con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.