Communitas, riti e fede
Prima di approfondire le tre dimensioni: collettiva, cittadina e urbana, della relazione fra communitas e ritualità, vorremmo scendere ulteriormente in profondità su questa situazione paradossale che lega o slega la ritualità dalla fede. Ad oggi siamo ben consapevoli che i riti svolti all’interno di una città non dicono una fede vissuta. Chi partecipa ai riti, come anche alle processioni, non è detto che abbia fede e non è detto che partecipi per fede. Anche perché la dimensione della fede non si gioca nel rito, il quale presuppone una certa eccezionalità, ma nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni. Per cui, il rito non dice la fede e non esprime il termometro di fede di una popolazione. Ognuno, infatti, prende parte ai riti secondo il proprio posizionamento: da persona di fede come anche da non credente, da persona affascinata dall’estetica o da semplice turista, da convinto assertore di una ripetitività tranquillizzante o da persona devota che ricorda il passato. Qualcuno forse vi partecipa anche da credente e riesce a pregare durante il rito, forse qualcun altro riesce anche a meditare su quello che si sta vivendo. Le situazioni, i posizionamenti, le riflessioni che si potrebbero aprire sono tante, ma ora vogliamo provare a mettere da parte la dimensione di fede, la quale si gioca sul terreno della perseveranza quotidiana, per intravedere come il rito intersechi la communitas, il munus comune. Abbiamo affermato che il munus significa dono che impegna e la communitas è il dono vicendevole che viene impegnato e impiegato fino a costruire la città. Le città sono anche il risultato di una communitas, di un dono impegnativo che viene messo in gioco. Queto impegno che viene messo in gioco si riverbera anche nella costruzione dei riti propri di ciascuna città. Anche se le forme rituali come le processioni o la religione a cui la maggioranza aderisce è il cristianesimo, c’è sempre uno specifico dei riti di ciascuna città che è espressione anche del communus delle precedenti generazioni che è stato trasmesso ai contemporanei, all’oggi. È, appunto, un dono che impegna. E l’impegno rimane nel saper non solo reinterpretare ma anche risignificare quei riti in una dimensione collettiva, in una possibilità di dialogo antropologico con tutta la città e che siano espressione di tutta la città. Una sfida ardua e complessa ma sempre possibile.
Come il mito, anche il rito è una specie di colla che aggrega una comunità in un appuntamento regolato e destinato alla realizzazione di un obiettivo. Se il primo orienta, il secondo determina ma per farlo definisce una serie di regole la cui comune osservazione risulta decisiva alla realizzazione, persino quando l’esercizio rituale può realizzarsi nell’individualità, proprio perché confortato da una intesa collettiva. In questo risiede la sua forza. La difficoltà più grande nel nostro quadrante, riguarda non solo il rispetto dell’apparato regolatorio che riduce il rito a una convenzione superficiale a un esercizio, nel migliore dei casi, conformistico. Ogni rito comporta un’adesione intima, una fede: una fiducia e mi sembra che, nel tempo degli smartphone, si sia più propensi ad attribuire la nostra fiducia nel mezzo tecnologico, nelle sue sorprendenti capacità, piuttosto che nell’altro, nella comunità e questo evidentemente demolisce alla radice il rito, lasciando uno spazio ambiguo solo al mito, con rischi non secondari per l’umano… d’occidente.
Grazie Matteo. Risento il sapore delle lezioni a Molfetta di don Rocco D’Ambrosio ma soprattutto grazie della tua spina nel fianco di una religiosità e ritualità stantia che ha bisogno di evangelizzazione se non anche di purificazione con un buon setaccio: una Fede matura e critica, adulta e pensante.