Communitas, riti e fede

Communitas, riti e fede

3 Maggio 2026 2 di Makovec

Prima di approfondire le tre dimensioni: collettiva, cittadina e urbana, della relazione fra communitas e ritualità, vorremmo scendere ulteriormente in profondità su questa situazione paradossale che lega o slega la ritualità dalla fede. Ad oggi siamo ben consapevoli che i riti svolti all’interno di una città non dicono una fede vissuta. Chi partecipa ai riti, come anche alle processioni, non è detto che abbia fede e non è detto che partecipi per fede. Anche perché la dimensione della fede non si gioca nel rito, il quale presuppone una certa eccezionalità, ma nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni. Per cui, il rito non dice la fede e non esprime il termometro di fede di una popolazione. Ognuno, infatti, prende parte ai riti secondo il proprio posizionamento: da persona di fede come anche da non credente, da persona affascinata dall’estetica o da semplice turista, da convinto assertore di una ripetitività tranquillizzante o da persona devota che ricorda il passato. Qualcuno forse vi partecipa anche da credente e riesce a pregare durante il rito, forse qualcun altro riesce anche a meditare su quello che si sta vivendo. Le situazioni, i posizionamenti, le riflessioni che si potrebbero aprire sono tante, ma ora vogliamo provare a mettere da parte la dimensione di fede, la quale si gioca sul terreno della perseveranza quotidiana, per intravedere come il rito intersechi la communitas, il munus comune. Abbiamo affermato che il munus significa dono che impegna e la communitas è il dono vicendevole che viene impegnato e impiegato fino a costruire la città. Le città sono anche il risultato di una communitas, di un dono impegnativo che viene messo in gioco. Queto impegno che viene messo in gioco si riverbera anche nella costruzione dei riti propri di ciascuna città. Anche se le forme rituali come le processioni o la religione a cui la maggioranza aderisce è il cristianesimo, c’è sempre uno specifico dei riti di ciascuna città che è espressione anche del communus delle precedenti generazioni che è stato trasmesso ai contemporanei, all’oggi. È, appunto, un dono che impegna. E l’impegno rimane nel saper non solo reinterpretare ma anche risignificare quei riti in una dimensione collettiva, in una possibilità di dialogo antropologico con tutta la città e che siano espressione di tutta la città. Una sfida ardua e complessa ma sempre possibile.