Anime attese

Anime attese

9 Agosto 2025 0 di Makovec

Sap 18,6-9; Sal 32; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

In occasione dei vent’anni dalla scomparsa di don Tonino Bello, nel 2013, Pax Christi ha ideato un mediometraggio a cura di Carlo Bruni ed Edoardo Winspeare dal titolo L’anima attesa (https://www.youtube.com/watch?v=y6ZvUU2cyU0). È la storia di un imprenditore di nome Carlo schiacciato dalla crisi della sua azienda. Con la testa piena di problemi e disperazione, si reca in Salento per incontrare sua sorella, impersonata da Nunzia Antonino. La discesa in Salento diviene una discesa nella sua interiorità. Incontrando persone differenti, fra stereotipi, pregiudizi e poca voglia di ascoltare, Carlo inizia a riconoscere come siano quelle persone a riecheggiare la voce di un grande profeta del Sud della Puglia come dei Sud del mondo: don Tonino Bello. Quel viaggio nel Salento trasforma Carlo da burbero imprenditore a cercatore assetato di pace, di incontri, di silenzio e di umanità. Così, l’Anima attesa è un’anima che aspetta qualcuno ma un’anima che vive nell’attesa e nell’attesa riconosce se stessa, si riconosce come anima e non solo come ingranaggio di un meccanismo di produzione, consumo e capitalismo. È l’attesa che forgia l’anima, quell’attesa che permette di attraversare il buio e che trasforma quel buio in una notte della liberazione come ci ha ricordato il libro della Sapienza. Quella notte della liberazione, quella notte pasquale, non è una notte in solitaria come non è neanche una notte fatta di disperazione e smarrimento, ma una notte in cui ritroviamo delle luci intorno a noi, delle persone giuste e sante che sono tali non perché sono segnate su un calendario ma perché sanno ancora illuminare il nostro cammino. È questo il cammino che vive Carlo nel film, grazie a quella lanterna che è stato e continua ad essere don Tonino bello, alla cui luce vediamo ancora la luce del Cristo. Ed è l’attesa che ci permette di condividere allo stesso modo successi e pericoli in compagnia delle altre persone giuste che sono in mezzo a noi. L’attesa è ciò che prova il coraggio della fedeltà a ciò che abbiamo scelto e per come lo abbiamo scelto. Quella fedeltà alla nostra vita, quella fedeltà a questa umanità che Dio stesso ha tanto amato da dare il suo Figlio. Quella fedeltà che ci spinge a muovere i passi, ad uscire da noi stessi, a sporgerci dinanzi agli altri, aprendo strade nuove. Quella fedeltà che ci spinge ad avere il coraggio nell’aprire nuove vie anche quando altri ci dicono che è impossibile, anche quando altri non le vorrebbero vedere, anche quando altri si sono arresi dinanzi alla notte. Strade nuove come quella aperta da Abramo che obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Come anche Sara e tutta la storia della salvezza, tutti i nomi che la Lettera agli Ebrei continuerà ad elencare. Per fede hanno atteso e quell’attesa che scolpito la loro anima, ha modellato il loro spirito, li ha resi più umani, capaci di ascoltare l’altro, di accogliersi, di fare delle proprie ferite delle feritoie di salvezza, come anche di riscaldare la loro storia al fuoco della promessa di Dio, andando oltre tutto ciò che avrebbero mai potuto immaginare. La nostra anima, la nostra umanità è tale nella misura in cui fa dell’attesa un luogo abitato dalla fede, nella misura in cui fa dell’attesa un servizio per gli altri. L’attesa, allora, diviene il banco di prova della fede e del coraggio nel credere. Dove la discrepanza fra i credenti e i non credenti, come ci ricorda Gesù, è nel prendersi cura degli altri o nel maltrattarli. Il punto di svolta fra il servo che attende il padrone anche nel pieno della notte e il servo che inizia a maltrattare tutti è: “Il mio padrone tarda a venire”. L’amministratore fedele come il servo fedele è colui che si prende cura dei beni, che valorizza le persone, che custodisce le storie degli altri, che continua a brillare anche nel bel mezzo della notte. Ed è questo il ritratto del discepolo, del credente, di colui che fa della propria anima una attesa per gli altri e attende nella propria anima l’avvento del Signore. Ed è un atteggiamento non da persona timorosa ma da discepolo, perché il discepolo impara dal Maestro che quando giungerà passerà a servirli. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! È l’attesa ciò che forgia l’anima, ciò che ci fa imparare dal Maestro, ciò che ci permette di riconoscere dov’è davvero il nostro tesoro, per chi è per cosa il nostro cuore continua a battere. Perché la mancanza di attesa è ciò che logora e consuma il mondo, ciò che brucia le relazioni, ciò che frantuma tutti i nostri progetti, ciò che crea estreme disuguaglianze e crisi sociali e ambientali. La mancanza di attesa e il non attendere più nulla è una delle grandi maledizioni che possono giungere nella nostra vita, perché significa smettere di camminare, smettere di avere fede, smettere di pensare di poter cambiare se stessi e il mondo, smettere di prendersi cura delle persone. La mancanza di attesa è ciò che crea estremi disequilibri, lì dove invece l’attesa è ciò che ci permette di accogliere, di far cadere i nostri pregiudizi, di camminare, di lavorare ancora la nostra storia, ciò che ancora offre speranza come ricorda il Salmo: L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo. Siamo anime attese.