Un solo Corpo, un solo morso
Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
Nella celebre saga Il Signore degli anelli di J. R. R. Tolkien il lembas è un tipo di pane creato dagli Elfi Silvani. La particolarità di questo pane, detto anche il Pan di Via, è di saziare con un solo morso anche un adulto e dargli forza per proseguire il cammino per tutta la giornata. È un tipo di pane elfico che, nel mondo di Tolkien, assume tutti gli attributi dell’Eucarestia, il pane degli angeli che diviene cibo dei pellegrini. Un cibo di cui oggi ricordiamo la solennità che è Gesù stesso, il Cristo eucaristico che portiamo in processione o, meglio, da cui siamo portati in processione, siamo accompagnati durante tutto il cammino. Come è avvenuto per il popolo di Israele, per quarant’anni di cammino nel deserto, nutrito di manna e di acqua dalla roccia. Fare memoria di tutto il cammino svolto, di tutto il cammino vissuto nutriti da quel pane che è sempre una domanda aperta, sempre un interrogativo, ma’nhu?, che cosa è? Noi ci nutriamo di questo Corpo per camminare insieme come Corpo. Facciamo memoria del Corpo di Cristo non solo per venerarlo nella sua presenza reale, ma perché tutti noi siamo Corpo, per essere accompagnati durante tutto il nostro pellegrinaggio, durante tutto il cammino della vita, giorno dopo giorno. Non è solo Pane, ma Pane che accompagna, Pane che ci permette di fare memoria di tutto il nostro vissuto e di ringraziare per tutto il cammino svolto, per tutto ciò che è alle nostre spalle, anche per coloro che non ci sono più e che sono presenza luminose nel cammino. Fare memoria del nostro essere corpi, del mio stesso essere un corpo donato, che mi è stato donato e che è fisicamente intessuto per essere donato. Ecco perché le parole di Gesù suonano ancora oggi come una domanda di donazione, una domanda che fa del nostro vissuto un corpo donato all’altro. «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Noi siamo corpi nel Corpo perché crediamo fermamente che questo corpo è fatto per essere donato, per sorgersi verso l’altro, per intessere relazioni con l’altro, per toccare l’altro toccando e riconoscendo se stesso. Questa è la bellezza del nostro corpo, del fare memoria del Corpo di Cristo, che riconosciamo come tale perché si è donato a noi, perché anche con un solo morso ha intessuto tutta la nostra vita, tutto ciò che siamo. E ciò che siamo altro non è che comunione con il Corpo dell’altro, benché siamo molti e diversi. La diversità è principio generativo, specificità del quotidiano, ma all’origine e al fine c’è la partecipazione all’unico Corpo che è Cristo. Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. Non ci misuriamo, allora, sulla quantità eucaristica, ma sulla qualità di un Corpo che si dona, un Corpo che ci accompagna, un Corpo a cui apparteniamo perché si è fatto mangiare, si è fatto carne, ha condiviso tutto di noi e con noi. Questo è l’Amen del Corpo di Cristo, per cui un solo morso basta a saziarci con fior di frumento.