Un Dio Inchinato
Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34
Nell’antica arte iconica, nella raffigurazione del Battesimo di Gesù, ritroviamo sempre una postura molto particolare in Giovanni Battista. È colui che si china dinanzi a Gesù, colui che quasi si inchina dinanzi alla manifestazione del Figlio Amato. Nonostante, nella composizione, si trovi ad essere sempre più in alto rispetto a Gesù, egli è colui che si inchina a lui, che gli rende omaggio. Infatti, l’inchino è un segno di rispetto, di omaggio, di ringraziamento presente nella maggior parte delle culture. Dall’inchino rivolto a Dio in quanto rispetto, all’inchino rivolto alle persone importanti soprattutto nelle culture orientali, all’inchino come saluto riverente, per giungere all’inchino a teatro come ringraziamento al pubblico. L’inchino è sempre e comunque un gesto affascinante in quanto è un rendere omaggio ad una persona importante. Nei vangeli apocrifi, scritti molto più tardi dei canonici, ritroviamo brani dove anche le palme si inchinano dinanzi a Gesù, in segno di omaggio. È quell’omaggio che oggi risuona nelle parole di Giovanni Battista quando addita Gesù come l’Agnello di Dio. «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Quel Figlio che Giovanni non conosceva ancora ma che ha imparato a conoscere quando si è manifestato nel Battesimo, quando i cieli si sono aperti ed è disceso lo Spirito su di lui. In quel momento Giovanni ha riconosciuto Gesù ed anche se era prima di Gesù, si è inchinato dinanzi a lui, gli ha reso omaggio, ha reso il suo corpo ponte fra il suo battesimo e il Battesimo del Figlio. Quell’inchino che diviene ponte fra l’umano e il divino, in cui, paradossalmente non siamo solo noi ad inchinarci dinanzi a Dio, a riconoscere la sua potenza, ma è lui che si china dinanzi a noi. Ci ha ricordato il Salmo: Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio. Pensavamo di essere noi ad inchinarci dinanzi a Dio come segno di sottomissione, ma in realtà è lui che si china verso di noi. La bellezza del Tempo di Natale che ci siamo lasciati alle spalle, come anche di questa domenica, è che Dio continua a chinarsi verso di noi, a riconoscerci come persone importanti. La rivelazione di Dio in un bambino, nel Bambino Gesù Cristo, è stato questo inchinarsi di Dio verso di noi. La storia ordinaria di Gesù è un continuo chinarsi verso di noi, un continuo ricordarci che essere consacrati significa chinarsi e inchinarsi verso le altre persone. Tanto che, nella stessa profezia di Isaia, ritroviamo detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». Così il cammino dei credenti in Cristo ci fa giungere ad una nuova consapevolezza, ovvero che è troppo poco essere servi, che il nostro servizio non è fatto di sottomissione, ma dell’essere luce per le nazioni, le stesse proprietà di Dio, paradossalmente. Tanto che Isaia sottolinea che è il Signore che ci onora, non siamo tanto a rendere noi onore al Signore. In questa prospettiva, anche il saluto di Paolo alla Chiesa di Corinto ci suona come un inchino, un incipit che racconta di un Paolo apostolo, insieme al fratello Sostene. Apostolo che porta la pace alla comunità, che si mette a servizio scrivendo per loro. A quella comunità di santi per chiamata, che Paolo raggiunge, di cui si prende cura. Perché il fatto che Dio ci onori, che Dio si chini su di noi, che si inchini nel Figlio, non significa che rimaniamo fermi ed immobili, ma che ci rimbocchiamo le maniche, che iniziamo a lavorare per le altre persone, per la Chiesa come anche per il mondo. La testimonianza di essere figli nel Figlio, non si risolve in un profondo inchino di Dio nei nostri confronti ma in un assumere sempre più i contorni del Cristo, che si è chinato, che ha lavato i piedi, che non ha avuto paura di sporcarsi anche le mani con noi. Perché glorificare il Signore significa inchinarsi dinanzi all’Inchinato, come dinanzi ai nostri fratelli e sorelle.