Strade che non portano da nessuna parte

Strade che non portano da nessuna parte

30 Novembre 2025 1 di Makovec

Altra scena emblematica del film Le città di pianura riguarda l’intromissione dei nostri tre personaggi all’interno della casa di un nobile conte. Durante il loro road movie, Carlobianchi e Doriano, insieme al nuovo compagno di strada, Giulio, studente di architettura, si intrufolano nella villa di un conte. Spinti dalla curiosità di visitare la villa, una delle svariate ville venete che si possono ancora intravedere sulla strada, ecco che il conte li sorprende e chiede loro se sono dei tecnici. Evidentemente, il buon conte era in attesa di tecnici per dirimere il problema di una strada ad alta velocità che avrebbe tagliato in due la parte della villa da quella del bosco adiacente. Ed è in una scena di questa fantomatica visita dei tecnici alla villa che il conte esclama: “Costruiamo strade sempre più veloci, ma che non portano da nessuna parte”. Una profonda e malinconica verità, enunciata quasi sottovoce e sommessa. Strade che non portano da nessuna parte, queste sono le strade delle città di pianura. Strade sempre più veloci, trasporti e infrastrutture sempre più rapide, capaci di congiungerci da un punto all’altro dello spazio ma senza più territorio, senza più città in cui entrare, senza più persone ad attenderci. Strade che tagliano tutto, che sotterrano la storia, che guardano agli elementi del paesaggio come un ostacolo dinanzi ad una linea retta. È la tragicità della velocità descritta già da Paul Virilio e che oggi è pervasiva e onnipresente, ma senza una mèta, senza una direzione, senza un orizzonte. Una velocità che perde la bellezza dei paesaggi, il senso dei luoghi, le storie che danno forma alla città, le stratificazioni rurali e architettoniche, lasciate al lusso di pochi. Dinanzi al pericolo di una strada che rischia di depauperare il territorio, il giovane architetto Giulio riesce a rispondere con l’aiuto della soprintendenza e del vincolo storico legato alla villa. Unico modo per salvare il salvabile, unica azione di resistenza dinanzi al progresso mediocre e conformista. Per quanto burocratizzante e non sempre vista di buon occhio, la Soprintendenza è la sola parola di resistenza che riesce a dire Giulio, in una pianura sempre più ostaggio della velocità, dei trasporti, delle infrastrutture. Una Soprintendenza che protegge e salvaguarda alcune parti del territorio mentre la risposta da offrire è molto più ampia, strutturata, culturalmente resistente sui territori e nei territori. Un bisogno non solo di salvaguardare un bene storico, ma entrare in una visione più complessa che riguarda tutto il territorio come bene comune. Questa è la speranza più ampia da coltivare.